DIARIO DI UN VIAGGIO IN CAMBOGIA

XX. Si può fare l’itinerario cambogiano arrivando in volo a Siem Reap, paese attorno a cui sorge uno dei più importanti siti archeologici del mondo, Angkor, e in seguito scendere in pullman verso Phnom Penh. Se invece si arriva via terra/via fiume a Phnom Penh, si salirà in pullman verso Siem Reap, facendo lo stesso itinerario al contrario.

XX la capitale, Phnom Penh. La variante in motonave. Carichiamo le valigie sui pullmini (il pullman non può arrivare al lodge), poi riprendiamo il nostro pullman e andiamo all’imbarcadero di Chau Doc: in Cambogia ci porterà una motonave. Dopo un’oretta si arriva al confine vietnamita, dove scendiamo, consegnando i soldi ad un’assistente che ci aiuterà ad ottenere i visti, che in questo caso costano non 30 ma 34US$. L. si è addormentata sulla prua, mentre A. sta prendendo il sole… Riprendiamo brevemente la barca, dopo pochi metri scendiamo un’altra volta, questa volta in Cambogia dove il visto sarà convalidato e dove ci faranno i controlli: prenderanno le impronte digitali, faranno rilevamento delle pupille, applicheranno sul passaporto un foglietto dell’immigrazione. C’è un po’ di coda, ma tutto fila liscio e sorprendentemente veloce.  Seguono altre tre ore di viaggio. Arrivando da Vientam, si può arrivare anche via terra, attraversando il fiume Mekong : nei tempi in cui ho iniziato a frequentare Cambogia c’era un traghetto che assomigliava a una gigantesca zattera, oggi c’è il ponte, recente e di una bella struttura… Prima dell’una siamo a Phnom Penh, la capitale cambogiana che ci accoglie con i suoi nuovissimi grattacieli, tra cui spiccano il Canadia Tower e il Vattanac Capital Tower, alta 183,8 metri, site nel cuore finanziario di Phnom Penh. Quest’ultima è una nuova icona della città sia perché rappresenta un modello di progettazione energeticamente efficiente sia perché nasce da un’interessante esperienza di “placemaking”. Sopra la pedana di vetro si staccano due torri di cui la più alta si ispira alla naga, simbolo della Cambogia e portatrice di buona fortuna, legata ad un’antica leggenda della principessa naga, metà donna metà cobra, genitrice mitica del popolo khmer. Ella viveva in un palazzo di cristallo, proteggendo il popolo con il suo celbre “ombrello”, racconto in seguito ripreso dalle storie che narrano la vita di Buddha. La originale facciata della torre “a scaglie di drago” consente di ottimizzare l’illuminazione naturale, mentre un sistema di ombreggiamento evita il surriscaldamento. Phnom Penh, con circa due milioni di abitanti (ufficiali) è una città in costante crescita. Città, chiamata in passato “perla d’oriente” è rinomata per un mix di architettura: la tradizionale khmer,  l’art noveaux francese e infine quella moderna e contemporanea, vantando tra le firme di grido anche  Le Corbusier. Sorgendo sulle sponde del fiume Mekong, tra il confluire del Tonle Sap e la diramazione del fiume Tonle Bassac, Phnom Penh è anche un porto fluviale di notevole importanza. A 40 anni dalla caduta del regime di Pol Pot e dei sanguinari Khmer Rossi, Phnom Penh inizia a costruire il proprio futuro, non senza gravi problemi di corruzione e crescita demografica incontrollata, che provocano una conseguente mancanza delle infrastrutture e un aumento dell’inquinamento. Incrociamo le dita augurando buona fortuna alla Cambogia. Allo sbarco ci attende la nostra guida Kin, con cui andiamo  a pranzare al ristorante Bopa, un bel ristorante sul fiume dove ci accolgono con il cibo cambogiano, fiori di loto e musica e danza tradizionali. Proseguiamo al albergo Sunway, centralissimo, dove ci aspetta cocktail di benvenuto. Accanto al hotel sorge Wat Phnom, la pagoda sulla collina, costruita nel 1372, che con i suoi 27 m rappresenta la struttura religiosa più alta della città. La leggenda racconta la storia della ricca vedova Penh che trovò un grande albero Koki nel fiume, accompagnato da quattro statue bronzee del Buddha. Per venerarle costruì prima un piccolo santuario su una collina artificiale, che presto diventò un importante luogo sacro dove molte persone venivano a pregare. Nel 1437, il Re Ponhea Yat ingrandì e rialzò ulteriormente la struttura, che in questo modo dominava il suo appena costruito Palazzo reale. Il tempio è stato ricostruito più volte, nel XIX secolo e ancora nel 1926. La pagoda è famosa per i suoi bei giardini, con un’enorme orologio creato dal prato e dalle siepi.  In seguito abbiamo in programma la visita dell’affascinante Mercato Centrale, molto pulito e molto ben organizzato. E’ formato da un edificio centrale in stile Art Decò con una cupola enorme e una serie di “ali” dove si trova davvero di tutto, dai gioielli al tessile, dalla tecnologia al cibo, compresi gli immancabili souvenir. L’ala più pittoresca è quella alimentare, dove alcuni imbustano le spezie e cibo secco e altri cucinano le pietanze… la più impressionante è la parte del Wet Market, un termine diventato mondialmente conosciuto per la vicenda del COVID, dove scorgiamo le persone che rincorrono un pesce o un serpente vivo fuggito dal secchio.  Per fortuna non abbiamo visto i pipistrelli…. Bellissima e profumatissima la parte in cui si vendono le composizioni floreali: gelsomini, fiori di loto, gigli, rose…  I volti segnati dal tempo, mani indaffarate e braccia forti che trasportano, smistano, ordinano, vendono; monaci, donne, bimbi, uomini, tutti che salutano con un sorriso gentile e mani che si congiungono in segno di rispetto… Ci piacerebbe rimanere di più, ma abbiamo poco tempo a disposizione, così dopo un’oretta passata al mercato ci spostiamo verso il complesso del Palazzo Reale con la Pagoda d’Argento. Tra gli edifici del Palazzo spicca la Sala del Trono, un elegantissimo spazio riservato alle cerimonie e agli incontri con personalità di alto rango, con pregiatissimi arredi. Segue la Sala del tesoro, una raccolta di gioielli e di oggetti preziosi appartenuti ai reali cambogiani.  Accanto, il Padiglione di Napoleone III, un’imponente struttura in ferro oggi in restauro, offerta in dono dall’imperatore francese al re Norodom nel 1876.  La pagoda d’argento – il Preah Keo Wat è il tempio ufficiale dei re della Cambogia, e come tale conserva molti tesori nazionali, tra cui spicca un piccolo Buddha di Smeraldo del XVII secolo, uguale a quello conservato a Bangkok (i due paesi si contendono l’originalità della statua).  Affascinante e pregiatissimo il Buddha Maitreya, fuso nel 1906, di 90 kg di oro puro, decorato con 9584 diamanti, di cui il più grande è di 25 carati. Ovviamente, è vietato fotografare. Durante il regno di Norodom Sihanouk, prima dell’epoca segnata dai terribili Khmer rossi, il pavimento era ricoperto con più di 5.000 piastrelle d’argento (da qui il nome), oggi conservate solo in parte, mentre l’esterno è rivestito di marmo bianco italiano. Belli anche gli affreschi nel corridoio del uno dei padiglioni che illustrano la storia di Rama, Sita e Hanuman, narrate nel poema epico Ramayana, uno dei più grandi e più importanti poemi epici dell’umanità. L’insieme degli edifici con dei tetti ornati dalle naga protettrici, è immerso in uno stupendo giardino, piantumato con dei bonsai, fiori esotici e meravigliose palme tra cui ci incuriosisce la palma imperiale, con la sua chioma a forma di ventaglio. A seguire Il Museo nazionale, situato a nord del Palazzo reale e ad est dell’Università reale di belle arti, a cui è legato da un lungo rapporto di collaborazione. Ospita una delle più grandi collezioni mondiali di oggetti d’arte khmer. Si tratta di oltre 14.000 oggetti che comprendono sculture in pietra, ceramiche, bronzi e reperti etnografici, anche preistorici. La maggioranza però appartiene al periodo aureo dell’era angkoriana. 

In una delle precedenti visite a Phnom Penh abbiamo fatto la visita a Wat Ounalom, la sede del patriarcato buddhista cambogiano, cove abita il loro capo e una numerosa comunità dei monaci. Fondato nel 1443, il complesso è formato da 44 edifici. Quasi annientato durante il regime di Pol Pot, a ripreso a vivere solo nei tempi recenti. Infatti, al secondo piano dell’edificio principale, una statua commemora Huot Tat, il celebre patriarca buddhista ucciso dai Khmer Rossi. La statua dell’anziano prelato, realizzata nel 1971, fu gettata nel Mekong dai khmer rossi per dimostrare che il buddhismo non aveva più alcun valore.

Abbiamo cercato di ritagliare un po’ di tempo, per poter visitare un luogo molto diverso che testimonia questo periodo terribile della storia cambogiana. È un fuori programma che merita di essere visto, anche se non si tratta di una visita piacevole. Toul Sleng o S-21 è testimonianza dei orrori vissuti sotto il regime di Pol Pot e i Khmer rossi. La nostra guida Kin ci racconta la propria esperienza vissuta nel 1975, quando l’intera Phnom Penh fu svuotata in un solo giorno. Ci parla come lui, allora bambino, venne deportato con la sua famiglia nella campagna, senza poter prendere nulla con sè, con un inganno: Pol Pot chiese a tutti di sgomberare la città per qualche giorno, per sfuggire il nemico. Chi tornava nella città scompariva, chi stava in campagna era tenuto ai lavori forzati. Mentre parla, ricorda la fame e le urla che si sentivano di notte,  ricorda familiari e conoscenti scomparsi. Tuol Sleng, o S-21, il cui nome significa collina degli alberi velenosi; la sigla S sta per sala e 21 è il codice del Santébal, la malfamata polizia di sicurezza. Il genocidio cambogiano è uno tra i più spietati della storia. Toul Sleng è solo una nel vasto sistema delle prigioni, che tra il 1975 e il 1979 imprigionò tra 17.000  e 25.000 persone, di maggioranza cambogiani, con soli 7 sopravvissuti. Tra essi c’erano anche molti khmer rossi e alcuni politici di alto grado accusati di tradimento; c’erano inoltre vietnamiti, laotiani, indiani, pakistani e perfino qualche occidentale. Pol Pot, il cui nome deriva da Politique potentiel, fu il leader dei khmer rossi. Nel triennio a partire dal “anno zero” cambogiano promosse un’economia agraria ultra-comunista, eliminando tutti coloro che considerava nemici: politici, medici, ingegneri, insegnanti, artisti… Cancellò tutti valori – arte e artigianato, scienze, istruzione, religione, famiglia… Abolì tutte le istituzioni: proprietà privata, negozi, scuole, denaro, poste … Annientò chiunque avesse un’educazione e un po’ di cultura, uccise tutti “inutili”, disabili, malati di mente, anziani che non potevano lavorare… I familiari dei prigionieri di solito erano portati verso un altro luogo di orrore, il campo di sterminio fuori città, Choueng Ek. Prima di diventare prigione la S-21 era un liceo. Cinque edifici della scuola furono recintati con filo spinato elettrificato, le classi trasformate in celle e stanze di tortura, con le finestre sbarrate con assi di ferro e filo spinato. Come già detto, a tale inferno sopravvissero solo 7 persono e solo perché le loro capacità erano indispensabili ai carcerieri. I capo carcere erano due: Nath e Deuch: il secondo fece uccidere il primo. La prigione aveva a disposizione 1.720 persone di cui 300 era personale d’ufficio e addetti ai interrogatori, il resto serviva per le mansioni generiche. Tra quelli moltissimi erano ragazzini tra 10 e 15 anni, strappati alle famiglie dei prigionieri stessi, e poi resi sadici da un addestramento particolare, pronti a torturare anche propri genitori e parenti. I prigionieri venivano istruiti su dieci ferree regole da seguire nei interrogatori-torture: venivano intimati di non tergiversare e inventare scuse, di rispondere subito, di non piangere sotto l’elettroshock o marcatura con ferro incandescente… per ogni disobbedienza, anche minima, venivano frustati con fruste elettriche… sono torture difficili anche solo da immaginareOvviamente, i prigionieri erano innocenti e le confessioni erano prodotte solo sotto tortura. Toul Sleng è stato inserito nel 2009 nell’Elenco delle Memorie del mondo da parte dell’UNESCO. Questa volta non faccio la visita, sono stata due volte in questo luogo così sconvolgente che preferisco rimanere fuori con qualcuno che non si sentiva di entrare. Mi travolge un malessere al solo pensiero di cosa è successo in questa ex-scuola.  Penso che è molto importante far capire alla gente che visita questo bellissimo paese anche la parte oscura della loro storia, quella che capitò ai cambogiani solo pochi decenni fa.  Noi rimasti fuori giriamo questo centralissimo e tranquillo quartiere, ci sembra impossibile che nel centro della città potesse esistere un luogo del genere. Vicino all’ingresso del museo, scorgiamo un piccolo dopo scuola, situato in un garage. I bambini e i loro due maestri ci accolgono con sorrisi e mani giunte a petto, P. dalla sua borsetta del tipo “Mary Poppins” estrae le matite colorate per regalarle ai bambini, e loro per ringraziare cantano. Aspettiamo che il resto del gruppo esce, e rientriamo in bus.  Regna un silenzio cupo e pesante … questo luogo fa stare veramente male.  La strada costeggia il Monumento dell’indipendenza, del 1958, anno in cui la Cambogia si staccò dalla Francia. In seguito attraversa i viali pieni della vita, e mentre in fretta cala calda notte tropicale,  guardiamo il cielo con le stelle che brillano per tutta la umanità … sembra che non mostrino pietà alcuna per questo mare di gente povera e malnutrita … Torniamo in nostro hotel dove ci aspetta un’ottima cena. Purtroppo, il personale del ristorante ha preparato due grandi tavoli su cui mancano due posti; G. e C. quindi fanno la “cenetta romantica” a lume di candela; vado a “disturbare”, tanto per scambiare due-tre parole anche con loro…

XX: il primo giorno al sito di Angkor:  la variante con volo da Phnom Penh a Siem Reap. Il volo è un po’ in ritardo, ci siamo già abituati. All’imbarco ci fanno un po’ di storie per il peso dei bagagli in stiva, soprattutto a me e a M. che siamo rimaste le ultime: superavano i 23 kg, previsti per i voli internazionali (per gli intercontinentali la franchigia è di 30kg, e non ce ne siamo ricordate). Alla fine riusciamo a sistemare tutto. Arrivando a Siem Reap dobbiamo fare i visti; i funzionari non sono particolarmente gentili;  nonostante il cambio euro/dollaro ufficiale, fanno pagare di più se paghiamo in euro. Così scopriamo subito uno dei problemi più grossi di questo bellissimo paese: la corruzione. Incontriamo la nostra guida, Saveth, (in altri tour ne avevo alcune altre,  Preksa e Kosal) che ci regala le “krama”, tipiche sciarpe cambogiane. La faccenda dei visti era lunga, sono le undici passate. I bagagli vanno al albergo con un pulmino, noi ci sbrighiamo a fare i pass per l’ingresso al sito, e finalmente entriamo nel parco archeologico. Nel corso del viaggio in Vietnam M. ha fatto un breve corso fotografico a S. che per questo viaggio si è attrezzato con una macchina nuova.  Sono pronte tutte le macchine fotografiche che non vedono l’ora di iniziare a lavorare, come se l’enorme lavoro già fatto nel Vietnam non fosse sufficiente. … R. invece farà dei filmati; A., la nostra storica fotografa quest’anno ha “abbandonato” la macchina, passando al più comodo cellulare, che le permette di inoltrare le foto in tempo reale. Così potrà condividere tutto con sua sorela che doveva partire con noi, ma ha dovuto  rinunciare al ultimo momento causa forza maggiore. Per fortuna abbiamo una buona assicurazione … La maggioranza dei templi più noti è concentrata in un’area di circa 15 x 6,5 kmqsituata al nord di Siem Reap, ma l’area definibile come Angkor è molto più vasta: il Parco Archeologico si estende su 400 kmq; “Greater Angkor Project” di Sidney ha evidenziato un’area urbana ancora maggiore di oltre 1000 kmq. Essa, intervallata da campi di riso ospitava centinaia di migliaia di abitanti in un’epoca in cui le più grandi città europee arrivavano a qualche decina di migliaia. Sono circa ottanta le costruzioni principali visitabili, erette in mattoni, laterite e arenaria, su un totale di oltre un migliaio: erano nascoste nella vegetazione fino agli anni ’50 del XIX sec, quando i francesi iniziarono a divulgare il mito della città perduta nella giungla che affascinò generazioni di europei. Sotto la dominazione francese venne intrapreso lo studio e il restauro della regione che faceva parte del Regno di Siam; fu restituita alla Cambogia nel 1907. La soprintendenza alla conservazione di Angkor venne assegnata all’EFEO, e già nel 1920 furono istituiti, grazie a G. Groslier il Museo Nazionale della Cambogia e il Parco archeologico di Angkor.  Il padre degli scavi e dei restauri fu Henri Marchal, che utilizzò per primo il metodo dell’anastilosi: seguirono G. Trouvè e M. Glaize, poi tutto venne interrotto per la II guerra mondiale. Proseguirono J. Laur e B. Ph. Groslier, ma la guerra civile dal 1972 fermò tutto e il sito venne minato dai khmer rossi. Dopo il ritiro dei vietnamiti del 1989, i lavori ripresero e il sito due anni dopo divenne un luogo tutelato dall’UNESCO, che si unisce all’EFEO, al team giapponese, al World Monuments Fund, al German Apsara Conservation Project e tanti altri organismi internazionali che si adoperarnono per salvare e proteggere questa meraviglia. Lo stato cambogiano nel 1995 istituì il progetto APSARA: l’acronimo del “Authority for the Protection of the Site of Ancient Region of Angkor” è identico al nome delle danzatrici celesti immortalate sui bassorilievi del parco archeologico. Chi furono i costruttori, cosa fecero, come scomparvero… ci sono tante teorie, racconterò solo qualche curiosità. I Khmer, secondo la leggenda, sono discendenti del mitico asceta indiano Kambu. Si tratta del principe persiano Cambise,  il figlio perduto di Ciro il grande che fuggì in preda alla follia verso l’est, trovando la pace in un paese bellissimo e ricco. In questo paese sposò la principessa Soma, sovrana dal popolo Naga, meta cobra, metà donna. Dopo il periodo Chenla, sovrani geniali e bellicosi che regnarono più a sud, nella zona di Kompong Thom, la capitale si spostò nella fertile piana di Angkor. La nuova dinastia  realizzò ad Angkor un’incredibile rete idraulica articolata in bacini, canali e risaie, che non solo assicurò il sostentamento a oltre un milione di sudditi, ma permise l’accumulo di un surplus volto a finanziare innumerevoli costruzioni. Nacque così una liquida scacchiera costellata di templi, palazzi in arenaria e legno, e capanne in bambù; brulicante di mercati, carri, piroghe, animali e gente. Perché scomparvero? Troppa ricchezza e declino morale, cambio climatico con scarsità di pioggia, lotte intestine, cambio di fede religiosa…non lo sappiamo ancora.

Potrei scrivere un trattato, ma lo spazio non lo consente. Siamo suddivisi in due pullmini e la nostra visita inizia con Angkor Thom, il cui nome significa semplicemente “la grande città”, chiamata dai contemporanei Yasodarapura. Fu fondata nel tardo dodicesimo secolo dal re Jayavarman VII, vincitore del popolo Cham. Una via rialzata attraversa il fossato in corrispondenza ad ogni torre d’ingresso, (c’e ne sono cinque ingressi in tutto), formando un ponte dove il serpente-naga è tenuto da 54 personaggi, da un lato deva, demoni buoni, dall’altro ashura, quelli malvagi.  Il canale che circonda la città è stupendo, con gli infiniti riflessi della vegetazione e dell’architettura… All’ingresso della città ci accolgono le torri alte 23 metri con i volti misteriosi. Rappresentano il re in persona, o il Bodhisattva Lokesvara, il Buddha misericordioso; o sono semplicemente guardiani della città? Forse una combinazione di tutti  tre Entriamo a piedi e finalmente appare il tempio di Bayon, il centro esatto della città, con le sue facce sorridenti e enigmatiche, l’unico tra i templi del sito ad essere costruito come un tempio buddhista Mahayana.  Saveth ci spiega questo passaggio dall’induismo al buddhismo, in cui si creò una società con la religione sincretica. Successivamente il tempio fu convertito in tempio indù, poi ridiventò buddhista, ma della corrente Theravada, e alla fine fu lasciato in balia della giungla, fino alla riscoperta novecentesca. Questo tempio non ha mura né fossati propri che lo circondano: infatti, sono quelli della Angkor Thom stessa. Pensato così, Angkor Thom è la città-tempio, con Bayon come tempio centrale: come tale copre un’area di nove kmq ed è molto più grande di Angkor Wat, che occupa soli due kmq di superficie. Dentro il tempio ci sono due gallerie al pianterreno ed un terrazzo più in alto con la propria galleria. La galleria esterna mostra una serie di scene in bassorilievo che riguardano le conquiste militari, ma anche quelle della vita quotidiana. È una fonte inesauribile per la conoscenza di usi e costumi khmer, molti immutati fino ai tempi nostri. I soggetti sono: l’armata Khmer seguita dai carri con le provvigioni; scene del tempio; la battaglia sul Tonle Sap tra gli Khmer e i Champa con l’esibizione navale e scene di palazzo, le navi Cham, la festa della vittoria e la parata militare, tutto intervallato con curiosissime scene domestiche che riguardano la cucina, l’allevamento, il commercio e le attività quotidiane di ogni tipo  … è rappresentato perfino un parto. In cortile si trovano due biblioteche, parte di ogni tempio khmer, che servivano per conservare libri e oggetti sacri. La galleria interna è rialzata e i suoi bassorilievi, aggiunti dal figlio di Jajavarman VII appartengono al mondo iconografico indù. Raffigurano le scene della mitologia, non decifrate in tutto: più chiari sono la costruzione del tempio di Vishnu e la burrificazione del Mare di Latte. La galleria interna è quasi completamente occupata dal terrazzo, dove ci troviamo circondati dalle torri a forma di viso, ciascuna con due, tre o quattro volti giganteschi, tutti con il sorriso indecifrabile. L’esatto numero delle torri non si conosce; si suppone che ne esistessero 49 di cui oggi ne restano solo 37, con circa 200 volti. Uscendo da Bayon, prendiamo i nostri coaster bus. Viaggiando, scorgiamo i  resti degli edifici che appartenevano al complesso del Palazzo reale.  Scendiamo. Ad ovest della strada si vede la punta della piramide del tempio di  Phimeanakas, la Terrazza degli Elefanti, la Terrazza del Re Lebbroso; invece ad est troviamo le torri del Prasat Suor Prat, che in khmer significa “le torri dei danzatori sulla corda”, un romantico nome derivante dalla credenza locale che suppone che venissero utilizzate per sostenere un filo per ospitare le acrobazie durante le feste reali. In realtà, il loro ruolo vero non è ancora stato scoperto. Secondo una leggenda, nel tempio di Phimeanakas viveva una principessa naga, che durante il giorno era serpente con nove teste, ma di sera diventava una bellissima donna che aspettava il re, suo sposo. Egli doveva salire molti scalini della ripida piramide per giacere con lei, altrimenti erano guai per il destino cambogiano. Concludiamo unanime che il re doveva avere un’energia sovrumana essendo la piramide alta oltre 40 m. Il Palazzo reale, costruito in legno non c’è più. E’ rimasta la Terrazza del re lebbroso, che deve il nome alla scoperta della statua del dio della morte Yama, coperta di licheni che ricordava una persona malata di lebbra; in più il sito probabilmente serviva come crematorio reale. Esiste anche un’altra leggenda che narra che Jayavarman VII era malato di lebbra, e che di tale malatia morì. La Terrazza degli Elefanti, lunga più di 300 metri, costituisce il lato ovest della Piazza Reale. Fu costruita da Jayavarman VII e dal suo figlio tra il XII e il XIII secolo. E’ adorna di numerose sculture di elefanti scolpite su un imponente basamento alto tre metri. Da essa si proiettano verso la piazza cinque scalinate, con le balaustre sormontate dagli uccelli garuda e dai leoni. Proseguendo, facciamo una breve sosta al tempio di East Mebon, che sorge sulla collina artificiale nel centro del Baray orientale, bacino d’acqua oggi prosciugato. La base del tempio misura 126 x 121 m, ed è sollevata quasi 5 m dal fondo del baray prosciugato, ai tempi un immenso lago artificiale. Ovviamente, allora il tempio con nove torri era raggiungibile solo con le barche: possiamo solo immaginare l’impatto. Per costruirlo vennero usati tutti i materiali caratteristici dell’architettura khmer: mattoni, laterite e arenaria. Sulle architravi, sugli stipiti e sulle porte stesse delle torri sono scolpite diverse divinità, con le fattezze dei genitori del re. Agli angoli dei recinti ci sono statue di elefanti alte due metri, invece la scalinata che porta alla torre centrale è abbellita da leoni guardiani. Segue la  breve sosta presso  un altro tempio-montagna dalle imperiose proporzioni, situato anch’esso vicino al Baray orientale, la più antica riserva d’acqua d’Angkor.  Si tratta del curioso tempio-monastero Preah Rup, “gemello” del tempio di East Mebon, il cui nome significa girare il corpo, confermando la credenza che il tempio servisse per le cerimonie di cremazioni: in esso il corpo del defunto veniva girato verso i punti cardinali, secondo vari riti funebri prescritti dai rituali hindù. Costruito in mattone, laterite e arenaria come tempio di stato del re Rajendravarman nel 961, fu dedicato a Shiva. Non abbiamo tempo di visitare tutto, un po’ per il ritardo del volo, un po’ perché diventa presto buio; quindi proseguiamo verso la location del set di Thomb Rider con Angeline Jolie nei panni di Lara Croft. E’ il tempio delle radici che divorano la pietra, il celebre Ta Prohm.  Quando nel ventesimo secolo cominciarono gli sforzi per la conservazione ed il restauro, Ta Prohm fu appositamente scelto dall’ EFEO per essere lasciato così, per “concessione al gusto del pittoresco”. Furono fatti sforzi per stabilizzare le rovine e permetterne l’accesso ai visitatori, affinché si mantenessero sia la condizione di apparente trascuratezza sia le condizioni di sicurezza. Ta Prohm fu uno dei primi templi iniziati da Jayavarman VII nel suo grandioso programma edilizio. Il nome odierno significa “il vecchio Brahma”, ma il nome originario, Rajavihara significava “tempio reale” poiché era dedicato alla famiglia del re: la struttura principale con Prajnaparamita onorava la sua madre, mentre i due templi secondari nella terza recinzione erano dedicati al suo maestro e al suo fratello. Il tempio è a pianta piatta, con tre recinti, ognuno con delle gallerie coperte. Gli alberi che crescono sopra le rovine sono la caratteristica che contraddistingue il sito: alcuni sono dei ficus strangolatori, mentre altri appartengono alle specie Terameles nudiflora. L’impatto è davvero singolare, con le radici enormi che abbracciano la pietra, con le sculture che emergono completamente incorniciate dalla corteccia dei alberi secolari, con le pietre enormi che stanno in piedi per puro miracolo, con le grida delle scimmie e il canto degli uccelli della foresta Sto sorvegliando a vista A., E. e P. che spesso rimangono ultimi per cercare di fotografare i monumenti senza un po’ esagerati turisti, soprattutto cinesi. qui tutti fanno gara per fare la foto più curiosa e più originale. Torniamo in albergo per rinfrescarci, poi concludiamo la giornata con la cena-spettacolo  di danza apsara presso il ristorante Cristal PalaceApsara è uno spirito femminile delle nubi, del cielo e dell’acqua nelle mitologie indù, da “ap” acqua e “sar” muoversi.  Durante il regime di Khmer Rossi furono eliminate tutte le arti e oltre 90% degli artisti, simboli di una società arcaica. Quando il nuovo Ministero della Cultura iniziò a cercarli, nessuno tra i pocchi sopravissuti osava rivelarsi. Dopo anni di terrore, fu difficile trovare i superstiti: durante il primo spettacolo post-regime, nel 1988 a Phnom Penh piansero tutti: gli artisti e il pubblico. Una risurrezione vera, perché si ripartiva dal nulla. A Pol Pot non sopravvissero né testi, né strumenti musicali, né coreografie, né costumi,  né maschere. Accompagnate da un solo tamburo e vestite semplicemente, la “apsaras” danzavano la memoria pura e intensa. Dopo, il maestro che allestì l’evento disse: “Per creare uno spettacolo non basta musica e movimento, è il cuore che conta”. La danza tradizionale è molto difficile: ci vogliono anni per imparare 1165 gesti che sono l’alfabeto base. Durante l’apprendimento i maestri piegano le bambine aspiranti modellando le loro mani e i loro corpi come se fossero di argilla. Il complesso dei musicisti, pinpeat, composto da indefinibili strumenti a percussione, carillons di piccoli gong, xilofoni, tamburi orizzontali samphor, è considerato il veicolo spirituale della danza. La melodia scorre lungo le scale musicali diverse creando effetti sconcertanti per gli occidentali: sembra acqua di sorgente, vento fra le fronde, cinguettio degli uccelli.  Auguste Rodin, in occasione dell’Apsara tournee francese del 1907 scrisse, ammaliato: “Ci hanno mostrato l’essenza dell’antichità classica.  E’ impossibile che la natura umana raggiungesse una tale perfezione.” Quando le danzatrici lasciarono la Francia aggiunse: “E’ come se ne fosse andata la bellezza del mondo”.  Stasera anche a noi è capitata una piccola porzione di questa bellezza. Per concludere in modo meno poetico, una buona parte di noi si reca al celeberrimo Mercato notturno di Siem Reap.  A. cerca regali per nipotini, S e M per le nuore;  e tutti quanti curiosiamo un po’ tra le spezie, magliette, calamite, pesciolini che fanno pedicure… Ritorno in hotel è rigorosamente in tuk-tuk, un mezzo di trasporto che si deve provare visitando la Cambogia.                                                                                                                                                                                      

XX: il secondo giorno ad Angkor. Alle otto, dopo la prima colazione ci siamo tutti. Trovo  G. e C. con il guardaroba rinnovato: hanno indossato le bellissime camicie bianche cambogiane !!! Ci spostiamo circa 30 km più a nord della città di Siem Reap, dove sorge una costruzione davvero speciale, un complesso che vanta le più raffinate e più pregiate decorazioni di tutta l’arte angkoriana: il Banteay Srei, la cittadella delle donne. Attraverso un gopura si percorre la via processionale; si arriva agli edifici disposti dentro la triplice cinta, con il tempio principale dedicato al Shiva.  Fu costruito in arenaria rosata in soli sette anni, dal 960 al 967 per il coltissimo e ricchissimo consigliere reale Jajnavaraha. Siamo immersi in una bellezza travolgente: frontoni, porte, colonnine intagliati con superba maestria: tanto è fine l’arte del intaglio che non sembra pietra. Un pizzo di pietra copre le pareti intere, riportando dei motivi vegetali, scolpendo animali reali e fantastici, narrando le vicende delle divinità e dei personaggi mitologici che farebbero gola alla fantasia dei più illustri scrittori di fiabe. Il grande respiro narrativo, il dinamismo della composizione plastica e l’espressività psicologica pongono i bassorilievi di Banteay Srei  al vertice della classifica mondiale dell’intaglio. Siamo nel cuore di una giungla immensa e misteriosa, i tetti dalle forme ccomplicate traffigono le nuvole, altari vuoti sacrificano qualcosa d’invisibile alle divinità oramai dimenticate, e i ventagli delle palme osservano tutto, impassibili e solenni…. Proseguiamo verso un altro capolavoro, uscendo da circuito “turistico”. Attraversiamo il villaggio Tbaeng. Siamo solo noi a visitare Il Banteay Samre, cittadella della gente di Samré, una tribù che viveva nella zona e il loro tempio situato subito ad est del Baray orientale. Sebbene non sia stata rinvenuta la stele con l’anno della fondazione, stilisticamente appartiene agli inizi del XII secolo, all’epoca di Suryavarman II. Ben conservato e con decorazioni dei frontoni stupende, regala un’atmosfera unica. È associato alla leggenda del re cetriolo. Un contadino che coltivava gustosi cetrioli presentò alcuni al re, che – per assicurarsi il possesso esclusivo – ordinò al contadino di uccidere chiunque cercasse di rubarli. Un giorno, rimasto senza, il re in persona si recò nel campo a prenderne alcuni. Dal momento che era buio, il contadino non lo riconobbe e lo uccise. Poiché il re non aveva figli, fu deciso che un elefante reale indicherà chi sarà il prossimo re. Furono convocati tutti i sudditi, ma l’animale si inginocchiò davanti al contadino che coltivava i cetrioli. La corte però non era contenta della scelta e iniziò a mancare il rispetto al re. Così il contadino con la sua tribù decise di trasferirsi dal palazzo reale al tempio di Banteay Samre, continuando a coltivare nelle vicinanze i suoi squisiti cetrioli. Dopo la visita della cittadella di Samre torniamo verso Angkor e ci fermiamo per il pranzo libero in un ristorante vicino ad Angkor Wat. Alcuni mangiano, altri fanno due passi, altri fanno ancora qualche compera essendo le bancarelle ovunque: io trovo un paio di pantaloni, un modello che “manca” nel mio guardaroba esotico. G. fotografa una bancarella alimentare molto curiosa, che vende i serpenti interi avvolti su se stessi, infilati su un spiedino e cotti alla brace. Non mi ispirano per niente … preferisco girare tra le bancarelle con i gioielli,  intrecciati con le erbe essicate dai colori diversi…

Dopo il pranzo ci aspetta Angkor Wat, il più celebre tempio del sito, posto sulla bandiera cambogiana. Nel 2015, anno record, il sito di Angkor Wat fu visitato da 5 milioni di persone, nel 2017 e 2018 i numeri superarono 2,5 milioni … Entriamo dalla parte ovest, attraversando un ponte galleggiante che sostituisce il ponte originale, oggi in restauro. Poi oltrepassiamo gopura occidentale, arrivando al cuore della meraviglia, la terrazza d’onore. Proseguiamo attraversando la balaustra incoronata con le naga che ci portano verso il tempio: alte palme svettano tra le magnifiche torri che si specchiano nei laghetti con alcune ninfee rosa, da una e l’altra parte sorgono le grandiose biblioteche, e infine entriamo per ammirare la galleria del Tempio del primo livello. La pianta di Angkor Wat è quasi quadrata: 1,5 km E-W per 1,3 km da N-S. In origine racchiudeva anche la città costruita in materiali deperibili, un fossato e una porzione di terra libera circondata da un muro perimetrale, con il compito di accogliere le piogge e stabilizzare la falda sottostante. In ogni punto cardinale ci sono dei elaborati ingressi – gopura; la più grande è quella a ovest con tre torri. Il tempio a pianta cinqconx si eleva sopra un terrazzamento rialzato, ed è composto da tre gallerie che si sviluppano gradualmente verso la torre centrale. Due gallerie interne hanno delle torri agli angoli, invece la esterna presenta dei padiglioni. La galleria più interna, detta bakan è un quadrato di 60 m di lato, il cui cortile conteneva l’acqua che rappresentava l’oceano primordiale che scorre intorno alla montagna sacra Meru. Antonio da Magdalena, un missionario portoghese già nel 1586 scriveva: “E’ una costruzione così straordinaria che è impossibile descriverla con una penna, poiché non c’è un edificio simile al mondo. Le torri e le decorazioni rappresentano quanto di più raffinato che il genio umano possa immaginare.”  Divenne conosciuto nel occidente solo alla metà del XIX secolo, grazie a note e disegni di Henri Mouhot, che scrisse: “…è un rivale per tempio di Salomone, ed è eretto da qualche antico Michelangelo… E’ più grandioso di qualsiasi cosa ci abbiano lasciato i greci e i romani, e contrasta tristemente con la situazione selvaggia in cui versa ora la nazione.” Non credette ne lui ne nessun’altro che i “arretrati” khmer avessero potuto costruirlo. Gli elementi architettonici sono originalissimi: le torri ogivali a forma di bocciolo di loto, semi-gallerie che ampliano i corridoi, terrazze cruciformi. La maggior parte della costruzione visibile è in arenaria; la laterite fu usata per le parti strutturali. Tanto è stato perso a causa dei saccheggi e del tempo: le parti in legno, gli stucchi dorati sulle torri, i colori delle sculture, e, ovviamente, le suppellettili in oro. I tipici elementi decorativi sono devata e apsaras che abbondano sulle pareti a partire dal secondo livello. I motivi floreali sono abbastanza statici e meno pregevoli dei periodi precedenti, invece i muri interni del primo livello sono adorni di ottimi bassorilievi con scene dai poemi Ramayana e Mahabharata, con una processione di re costruttore, Suryavarman II, e infine con i 32 inferni e i 37 paradisi della mitologia indù. Una delle scene più famose e la zangolatura del oceano del latte, con 92 ashura e 88 deva che tirano il serpente Vasuki. Proseguiamo verso il luogo più sacro del tempio, la cella: tre gruppi di ripidissimi scalini su ciascun lato conducono in alto, verso la torre centrale, alta 43 m ovvero 65 metri dal livello terra. Dal alto si gode una splendida vista sulle strutture sottostanti. Quando usciamo dalla gopura est, scendono dal cielo due-tre gocce di pioggia, sembra una benedizione. Ancora una nota sulle apsara, che mi incuriosiscono molto. Per molti anni gli studiosi spiegavano le figure di apsara come presenze accessorie e mitologiche, ma sembra che queste donne avessero un ruolo reale, molto più profondo ed importante. Non si sa quali valori spirituali e governativi rappresentano. Le figure femminili – devata e apsara – di Angkor Wat sono state sottoposte aglii avanzatissimi esami di riconoscimento biometrico che ha rivelato una sorpresa: unicità dei lineamenti, varietà di volti e delle posizioni del corpo e delle mani, appartenenza a varie etnie e diverse età, differenza dei gioielli, abiti e acconciature. Tenendo in conto l’irrepetibilità delle 65 caratteristiche oggetto dell’indagine, si calcola un totale di 120.000 differenze presenti su 1796 ritratti del tempio. Zhou Daguan, diplomatico cinese del XIII secolo scrisse dell’importanza di apsaras nella conduzione degli affari, sottolineando il gran numero di presenze femminili nel palazzo, ma non rispose al perché i khmer popolarono i templi con così numerosi e così precisi ritratti. Oltre ad Angkor Wat, i rilievi con le apsara si trovano in tutti i templi e in tutte le regge, sicuramente legate sia al sacro che al profano. Sono sacerdotesse o donne d’affari? Sante-ascete o cortigiane-prostitute? Raffinate danzatrici o semplici serve? Analfabete o letterate? Capire chi sono e che ruolo avevano è un rompicapo di tanti studiosi dell’arte khmer, e rimarra tale per molto tempo. Segue la  breve sosta presso  un altro tempio-montagna dalle imperiose proporzioni, situato anch’essp vicino al Baray orientale, la più antica riserva d’acqua d’Angkor. Concludiamo la giornata con Prasat Kravan, un piccolo tempio vishnuita della prima metà del X secolo, costituito da cinque torri allineate in mattoni rossi. Il suo nome significa tempio del cardamomo. Al interno troviamo interessanti bassorilievi, scolpiti direttamente in mattoni, una tecnica comune per i templi Cham, ma unica nei monumenti Khmer. Nella torre centrale  si trova la rappresentazione del mito di Vishnu e Bali. La leggenda narra che Vishnu, incarnandosi come nano nell’avatar Vamana, chiese al re dei demoni Bali di compiere tre passi per appropriarsi di ciò che riesce a calpestare. Bali accettò, e Vishnù si ritrasformo in un gigante riprendendo il mondo intero: l’aria, l’acqua e la terra con tre enormi balzi, arrabbiando tanto il demonio. Nella torre nord è scolpita Laksmi, affiancata da Shiva e Vishnu proponendosi come la dea che trascende il dualismo tra shivaiti e vishnuiti. Oggi a Prasat Kravan preparano un evento: tutto il tempio viene addobbato in pompa magna con lumini, mazzi di fiori di loto, e ovviamente tavoli e sedie rivestiti con candidi tessuti damascati. Quando saliamo in pulmino,  la  nostra guida ci propone un delizioso extra: sembra che abbiamo ancora un’mezzoretta prima del tramonto. Quindi ci rechiamo a visitare un tempio molto particolare, Neak Pean, costruito sul isolotto di un lago. Il nome significa “Il serpente intrecciato“, dovuto al Naga situato alla base del tempio. Secondo alcuni studiosi il complesso è stato costruito per ricordare il sacro lago Anayatapta, che si trovava sul monte Meru, la cui acqua aveva poteri curativi. I khmer ritenevano che anche l’acqua che circonda Neak Pean fosse curativa, e sulle sue  sponde  esponevano i malati, costruendo una specie di ospedale. E’ del XII secolo, voluto da Jayavarman VII, ed è stata progettato come un punto d’incontro dei quattro elementi, terra, aria, fuoco ed acqua. Costruire ospedali era un impegno tanto caro al grande sovrano, così che alcuni studiosi rittengono che può essere interprettato come conferma della sua mallatia e leggenda del re lebbroso. Per visitare questo tempio si attraversa un ponte in legno che si trova sopra un incantevole laghetto. Su di esso si esibiscono le orchestrine composte da persone mutilate, vittime delle mine antiuomo, che suoano strugenti melodie con strumenti tradizionali. Tra una e l’altra visita siamo sempre seguiti da qualche commerciante ambulante, spesso ragazzine che dicono che sono state in scuola durante la mattinata: qualcosa sempre finisce nei nostri zaini. Si fa buio, e dobbiamo rientrare  nel nostro hotel … i colori del tramonto sono indimenticabili.  Quando e quanto è possibile, cerchiamo sempre di includere qualcosa non previsto dal programma….

Prima di concludere, un paio di digressioni sulle religioni, senza le quali è difficile capire la complicata  architettura del sito. Buddhismo, originato dagli insegnamenti di principe, filosofo e asceta indiano Siddharta Gautama – Buddha storico, Sakyamuni (566 a.C – 486 a.C.) – comunemente si compendia nelle dottrine fondate sulle quattro nobili verità, ossia verità del dolore, verità dell’origine del dolore, verità della cessazione del dolore e verità della via che porta alla cessazione del dolore. Le differenze fra le due scuole – Theravada e Mahayana non sono relative tanto alle tecniche meditative, quanto ai fini da raggiungere. Nella scuola Hinayana o “del piccolo veicolo”, più propriamente detta Theravada, il fine è l’Arhat, l’essere che ha estirpato il desiderio, e di conseguenza il Nirvana rappresenta l’estinzione dei cicli di nascita e morte. Le tecniche meditative mirano alla padronanza della mente; il desiderio è negativo in se stesso, e la condizione di Buddha è un fatto esclusivo riservato al Buddha originario, Siddharta. La scuola Theravada è nata dal buddhismo dei Nikkaya nei primi secoli dopo la morte del Sakyamuni, ed è più conservatrice. E’ detta degli Anziani ed è diffusa soprattutto nel sud-est asiatico, in Cambogia, Laos, Thailandia, Birmania e Sri Lanka. La tradizione Mahayana si è sviluppata con l’accoglimento degli insegnamenti del Prajnaparamita sutra e del Sutra del Loto. Buona parte del Buddhismo indiano a partire dal II secolo è rappresentato o influenzato da questa corrente, e rappresenta quasi totalità delle correnti presenti nel Estremo Oriente (Madhyamaka, Cittamatra, Vajrayana, Buddhismo tantrico, buddhismo Zen). Buddhismo Mahayana o “del grande veicolo”, mira allo stato di Bodhisattva, il quale, armato di saggezza e compassione si attiva per la felicità altrui e decide di rinascere per condividere la gioia con gli altri esseri senzienti. Nel Mahayana la condizione di Buddha è insita in ognuno di noi; Shakyamuni è visto come manifestazione transitoria del Buddha/essenza. Il Nirvana non è annullamento del desiderio, ma è il viverlo in maniera saggia ed altruistica. E’ praticato in India, Cina, Giappone, Tibet, Mongolia, Vietnam ed in occidente. E’ una “spiegazione” dovuta: sia in Vietnam che in Cambogia abbiamo incontrato tante pagode (e anche tanta gente) appartenenti a questa religione e a queste due scuole buddhiste.

Seguono due-tre parole sul induismo, quasi scomparso dalla Cambogia, ma importantissimo in passato. Indusimo è una delle principali religioni del mondo, e come tale è considerata religione archetipo o Ur-religion. Preferisce autodefinirsi con la Sanatana Dharma, la norma eterna. Si può considerare una serie di correnti devozionali differenti tra loro secondo la interpretazione della tradizione, più che una religione unitaria. L’induismo trae la origine dalla religione vedica, decisamente politeistica e dai testi di RgVeda che quasi si contradicono nel loro politeismo: Dio è uno, ma i saggi lo chiamano con molti nomi. Le cerimonie importanti del ciclo della vita, come il matrimonio e i funerali, hanno nell’induismo la stessa struttura vedica, nonostante che oggi il vedismo si ritenga estinto.  Nel VI secolo a.C. nei circoli brahmanici furono adottate tradizioni teistiche concentrate su due divinità (deva): Vishnu e Śhiva, che diventarono le divinità assolute dalle rispettive tradizioni, invece l’emanazione del cosmo spetta a Brahmā. Le Scritture sacre si dividono in due macro insiemi: Shruti, la rivelazione divina e Smrti, i testi compilati dagli uomini. Tra questi testi sono più celebri il Ramayana e il Mahabharata, le due grandi epopee sacre, poi  i Purana con i miti, simboli, aspetti iconografici, celebrazioni e riti; i Brahma-sutra, i trattati normativi e dottrinali, Shastra; i Tantra e gli Agama dedicati alle dottrine delle diverse tradizioni. La società indù è divisa in kaste: brāhmana, con funzioni sacerdotali e religiose, vestiti di bianco; gli ksatriya con funzioni guerriere o politico-amministrative;  i vaiśya con le attività agricole e commerciali;  e  gli ultimi, gli śūdra, a cui sono riservati lavori servili; spesso si trattava di prigionieri di guerra e gli aborigeni resi schiavi dai conquistatori indoariani. Le divinità si venerano sotto le varie forme, con un pantheon infinito di dei, semidei e altri esseri sacri. Nella sua forma moderna induismo si basa su tre grandi tradizioni, shivaismo, vishnuismo e shaktismo, con Shiva, Vishnu e Shakti (o Devi) considerati come la divinità supreme. L’induismo è diffuso soprattutto in India, dove lo pratica la quasi totalità della popolazione.

Per congedarsi da Angkor un pensiero che credo possa essere condiviso da  tutte le persone con cui ho viaggiato in Cambogia. Esistono pochi luoghi sulla superficie terrestre che possono vantare una bellezza così struggente: un cielo immenso solcato dalle nubi eteree; le torri a boccioli di loto specchiate nell’acqua; la stirpe arborea che divora la pietra, annientando ciò che fu un spazio umano e creandone uno nuovo, irrazionale, appartenente al sogno.  Qui l’arenaria viene lavorata in modo che sembra un tessuto o una pasta malleabile, dorata dal sole; immense risaie e slanciati palmeti tracciano le orizzontali e verticali di una geometria naturale e semplice.  Poi ci sono sorrisi della gente, ci sono bimbi, donne e uomini che giocano, vendono o pregano, simili a quell  immortalati nei ritratti che adornano le architravi e i frontoni dei templi. Angkor è essenza stessa di un fascino surreale e ineffabile, è un insieme magico, un mondo se stante, che bisogna vedere per credere che esista. Nel mio animo pensarlo provoca un sentimento di nostalgia, mi capita di sognarlo, e quindi mi viene il desiderio di tornare.  Si è formata nel mio cuore un’immagine fatta non solo di pietre e intagli, di acqua, cielo e alberi ma anche dei volti della gente di cui avi, con tanta devozione e con tanto senso estetico crearono non solo la città santa più vasta del mondo, ma anche senza dubbio alcuno, una tra le più belle e più particolari città mai esistite, un luogo a cui assegnarono un nome semplicissimo : LA CITTA’.

XX Il fiume-lago Tonle Sap. A circa 10 chilometri da Siem Reap inizia il lago Tonle Sap, “grande fiume d’acqua dolce”. Ci sono diversi villaggi attorno al lago, tra essi Chong Keats, molto turistico; il piccolo  Banteay Mechrey, poi Kompong Phluk, con belle foreste di mangrovie, spesso completamente allagate nella stagione umida. Essenziale per la sussistenza degli abitanti delle sue rive, il suo ecosistema unico è stato dichiarato dall’UNESCO ambiente ecologico di primo livello e Riserva della Biosfera. Le dimensioni del lago Tonle Sap variano molto: verso la fine della stagione secca il lago misura solo da 2000 a 2500 chilometri quadrati, durante la stagione piovosa arriva addirittura a 12.000 kmq,  aumentando  la superfice per 6 volte. Cambia anche il regime, il “lago” inizia a scorrere verso l’interno, e la profondità aumenta da 3m della stagione secca a otre 15 metri di quella umida. Le comunità che vivono grazie alla pesca abitano in due tipi di villaggi, i villaggi galleggianti, costruiti su zattere di bambù legate fra loro e ancorate, e i villaggi  fissi costruiti sulle alte palafitte alle sponde del lago in secca, che durante la stagione piovosa iniziano a galleggiare. Gli abitanti sono prevalentemente di etnia khmer, però ci sono anche molti vietnamiti e per questi ultimi la vita è più difficile. Loro sono costretti a vivere sull’acqua perché per legge non possono  possedere la terra cambogiana. In passato abbiamo visitato una scuola vietnamita, con l’anessa chiesa (erano cattolici). Il loro villaggio – completamente galleggiante – comprendeva tutto, perfino un allevamento dei serpenti e degli alligatori, utilizzati – ahime – per la produzione di scarpe e borsette. Invece questa volta visitiamo Kompong Khleang, un villaggio fisso, protetto per la sua singolare architettura e ancora autentico. E’ il più grande e il meno turistico della zona, forse perché dista 50 chilometri da Siem Reap. al termine del tratto asfaltato, una strada in terra battuta si inoltra nel villaggio. Per accedere, bisogna comprare dei biglietti che aiutano gli abitanti a proteggere il loro habitat. Ai due lati della strada sorgono le case sulle palafitte. Vicino a ogni casa per terra sono distese le lenzuola con migliaia di piccoli pesci che in questo modo vengono essicati e conservati per la stagione umida. Nel porticciolo sul fiume ci imbarchiamo su una navicella, tutta per noi. Facciamo una piacevole gita attraversando i canali e costeggiando varie isole e isolette. Durante la navigazione placida osserviamo la pesca, il lavaggio dei panni, i bimbi che si tuffano nell’acqua, i momenti di relax nelle amache, lavori di agricoltura su terre emerse, i ragazzi che tornano da scuola in barca …  così, tra mile foto  aggiungiamo un villaggio complettamente galleggiante su zattere, vicino al lago vero e proprio, così vasto che sembra mare. E’ davvero immenso, non vediamo l’altra sponda. Il ritorno lo facciamo più veloci, in soli dieci minuti: Una decina di minuti di navigazione sulle calme acque  e si torna indietro. E’ ora di visitiare il villaggio: ci sono bambini in divisa che giocano e guidano le bici, c’è una pagoda tutta aghindata con le bandierine, ci sono famiglie che ci invitano ad entrare nel pianoterra delle loro case, sotto le palaffitte. Esse, oltre a protteggere dall’inondazioni, servono per fare ombra, e sono così alte che sembrano trampoli. In questo periodo il livello dell’acqua è medio, la stagione delle piogge è finita da solo un mese e tutto cio che vediamo è molto pittoresco. È difficile immaginare che vengano allagate durante le piene del lago-fiume: fa impressione e provoca paura. Purtroppo, dobbiamo rientrare per cercare di fare un salto alla scuola d’arte Artisans Angkor di Siem Reap. C’è tanto traffico, quindi abbiamo solo una mezz’ora per visitare gli interessantissimi laboratori e un’ampia boutique, che espone davvero l’eccellenza dell’artigianato cambogiano. Certamente, i prezzi sono molto più alti rispetto alle bancarelle, ma lo è anche la qualità: gli artigiani di Artisans Angkor colaboravano (e colaborano tutt’ora) nella difficile ricostruzione dell’immenso parco archeologioco.  Quindi anche qui si fa qualche compera: M e S trovano delle deliziose borsette per le proprie nuore, C compra una piccola statuetta, io un quadretto in lacca… certamente, non ricordo tutti gli acquisti… Dobbiamo rientrare in hotel per caricare le valigie e per cambiarsi, è giunta ora di andare all’aeroporto. Quando arriviamo, ci aspetta la notizia – ormai abituale – che il volo è in ritardo. Giriamo tra i negozietti, facciamo qualche acquisto anche qui. Ci consoliamo all’idea che quando prenderemo la coincidenza a Singapore, aspeteremo meno. Ci spiegano che il ritardo capita a motivo dei numerosi bagagli che devono caricare. Alla fine, con tutte queste ore di volo che abbiamo fatto, abbiamo imparato che è importante volare bene e  arrivare a destinazione.

 

XX la campagna cambogiana.  E’ il percorso che si fa sempre, o andando da Siem Reap verso Phnom Penh o  viceversa. Carichiamo le nostre valigie sul pullman e partiamo verso Phnom Penh. Abbiamo nuova guida, Kin, che conosco giàHo communicato  anche a lui quali sono i nostri interessi, che vanno sempre oltre le visite previste. Kin è molto disponibile e gentile, ci racconta del suo paese, della sua piccola figlia e del suo matrimonio combinato, ancora tanto in uso in Cambogia. Percorriamo i primi 80 km, la maggior parte su strada statale in buone condizioni, e poi prendiamo una deviazione per Beng Mealea, il cui nome significa lago del loto. E’ un tempio dedicato a Vishnu, ma nella statuaria sono presenti anche alcuni motivi buddhisti. Dallo stile si suppone che e stato eretto da Suryavarman II, costruttore di Angkor Wat, nonostante non sono state trovate le testimonianze scritte.  Il complesso è composto di una base con tre gallerie concentriche, unite dai chiostri cruciformi, come ad Angkor Wat, ma a differenza di quello, è disposto su un solo livello. Le decorazioni sono di ottima fattura, nonostante il complesso, non essendo mai restaurato, è in pessimo stato di conservazione, che garantisce qualche emozione in più durante la visita. Oltrepassando il ponte con il Naga, ci troviamo nel sito.  Ci incamminiamo sui ponticelli di legno sospesi sopra le rovine ammirando la stupenda lavorazione della pietra che s’abbraccia stretta stretta con rami, radici e fogliame; quindi scendiamo nelle gallerie completamente buie,  e infine ci arrampichiamo per salire al  “belvedere”. Un tempio bellissimo… Saliti in pullman, facciamo la prima sosta presso un chiosco che vende il riso cotto in bambù, chiamato kalan, molto buono. Segue una sosta al ponte di Spean Praptos, costruito in arenaria da Jayavarman VII. Si trova sull’antica strada reale, nelle immediate vicinanze della cittadina di Kampong Kdei. Presenta la classica struttura khmer a “falso arco” con 21 campate ed è lungo 87 metri, largo 17 ed alto 14. L’estremità e coronata dai guardiani nāga a nove teste. Tuta la strada è affiancata da un ingegnoso sistema di irrigazione, anch’esso prodotto dalle straordainarie capacità ingegnerstiche del popolo khmer. In seguito ci fermiamo per assistere  alla antica modalità della soffiatura del riso, fatta con  un macchinario in legno che si aziona con i piedi. Ci lavora l’intera famiglia che ci permette di vedere anche le loro case sulle palafitte, veramente povere … scambiamo sorrisi, non abbiamo più le matite e caramelle… ci viene l’idea geniale di aprire le valigie e regalare qualche maglietta…. Quando arriviamo al Kompong Thom ci fermiamo al ristorante Sambor village, situato sulla riva di fiume Stung Sen. Qualche minuto dopo l’arrivo salta la corrente, e il caldo si fa sentire subito. I proprietari fanno partire i generatori e Kin ci spiega che  l’energia elettrica rappresenta un grande problema per la Cambogia.  Anche il ristorante è costruito sulle palafitte, ha una bella piscina e un giardino paradisiaco.  Dopo il pranzo ci fermiamo presso un laboratorio di marmo, stracolmo di statuette del Buddha di tutte le dimensioni e in tutte le posizioni.  La zona di Kompong Thom cela numerosi siti archeologici molto interessanti: ospitava anche la capitale del antico regno di Chenla che prosperò tra il VI e il IX secolo. Certamente, non possiamo visitare tutti i siti che meritano in una giornata, ci vorebbero diverse settimane … Ogni nostro itinerario propone qualchosa di diverso. A volte visitiamo questa capitele: Sambor Prei Kukun  sito pre-angkoriano, abitato probabilmente già in età neolitica. A partire dal VI/VII secolo d.C.  i due fratelli Bhavarman e Mahendravarman costruirono una città chiamata Iśanapura, una delle capitali del regno di Chenla.  La città comprendeva più di 100 templi in mattone disseminati nella giungla, tra cui alcuni attualmente visitabili. Tra le scoperte più importanti, la più antica iscrizione in lingua khmer. Dopo la trasferta della capitale ad Angkor, Isanapura subì un certo declino, ma rimase comunque un centro importante anche in epoca angkoriana. Come molte altre città cambogiane, venne abbandonata nel XV secolo, per venire riscoperta dagli studiosi occidentali agli inizi del Novecento.  Alla visita di questo sito si puo aggiungere una veloce di sosta presso qualcuno dei numerosi templi della zona: il Prasat Kuhek Nokor, costruito nel X/XI secolo in laterite e arenaria, adorno di fiori di loto, oppure solitaria Kok Rocha, una torre risalente all’XI secolo ed oggi pendente; oppure il più vasto Phnom Santuk, uno dai luoghi più sacri della Cambogia, con una pagoda e un Buddha sdraiato recente, accanto ai Buddha più antichi, immersi in un panorama magnifico e molti addobbi davvero kitsch.  Noi ci dirigiamo verso Phum Prasat, che troviamo dopo 30 km della Route n°6. Attraversiamo un villaggio dove un sciame di bambini si mette subito ad accompagnarci verso il nuovo Phum Prasat, una recente costruzione. Ci fermiamo con dei bambini: cantano, contano, ridono… Invece il tempio antico è di forma piramidale, ed è splendidamente decorato. Fu eretto nel periodo Chenla, cioè nel VII/VIII secolo e come tale il più antico che abbiamo visto. M. ha perfino incontrato – per fortuna solo da lontano – un cobra vero che faceva il guardiano del tempietto antico. Non bisogna dimenticare mai che siamo nei tropici e che non bisogna adentrarsi fuori dei sentieri battuti… io invece mi sono fermata con una bambina, a cui ho dato l’ultima penna che avevo. Cercava di spiegarmi qualcosa, non ci capivamo, ma alla fine si è messa a ballare una danza apsara: abitino rosso a pois bianche, dita piegate all’indietro come steli di fiori al vento, scure gambe mosse da una musica che solo lei sentiva. Mi comuove tuttora pensarla … E’ meravigliosa, chiedo di ripetere la danza perche voglio filmarla, ma lei mi ripete “hot” che interpreto all’inglese, caldo. Arrivata in pullman, chiedo Kin cosa significa hot che  risponde che significa “stanca”. Proseguiamo. La tappa seguente è Skoun. Ci fermiamo per sfruttare i bagni, ma molto più interessante è il mercato dove vediamo grosse tarantole, vive e fritte, allevate in buchi nel terreno dei villaggi circostanti. Il ragno fritto è la specialità del luogo, forse sorta durante il regime dei Khmer Rossi, a causa della scarsità di cibo, forse esisteva anche prima …Proseguiamo per Phnom Penh, di cui ho parlato all’inizio. Il crepuscolo cambogiano è come sempre magnifico. Kin ci racconta della sua città, la capitale della Cambogia, cresciuta troppo in fretta e senza nessun piano regolatore. Per entrare nella città bisogna attraversare vastissimi, popolosissimi e poverissimi sobborghi. Qui in Cambogia la povertà e molto evidente: vedendo tutte queste persone malnutrite e malvestite quasi ci vergognamo della bellezza del albergo in cui stiamo per entrare.

 

XX. quando si ha qualche giorno in più. Durante questi anni in cui ho accompagnato i viaggi in Cambogia, ho avuto i viaggiatori che si fermarono qualche giorno in più in questo bellissimo paese.

Le mete che si possono raggiungere facilmente da Phnom Penh sono molte, con un gruppo abbiamo creato un itinerario che comprendeva tutte (o quasi)  antiche capitali della Cambogia. Oltre Sombor Prei Kuk e Angkor, ci sono due luoghi dalla grande importanza storica postangkoriana. Il 1431 rappresenta per la Cambogia una triste data, la ricchissima Angkor venne saccheggiata dal re siamese Boromoraja II, dando inizio ufficiale ad un periodo di decadenza. In realtà il declino era già in corso, con  i siamesi che premevano dall’ovest e i regni Dai-Viet che premevano sui confini sudorientali.

La prima capitale postangkoriana fu Longvek, conquistata nel 1594 dai thailandesi. Di Longvek oggi non resta praticamente più nulla. Fu il re Ang Chan a scegliere il sito della nuova città  iniziando i lavori nel 1553. Come nome venne scelto Longvek che significa incrocio, per sottolineare l’importanza commerciale della sua posizione geografica, confermata dalle recenti scoperte archeologiche. Gli scavi hann  restituito l’immagine di una città murata dalla forma rettangolare, circondata da una fitta foresta di bambù e dai numerosi laghi, al cui interno si potevano trovare porcellane cinesi e giapponesi, manifatture per la lavorazione del bronzo e dell’argento, negozie e palazzi nobiliari

La poco distante Oudong è stata sede dei sovrani cambogiani dal 1618 al 1866, quando la capitale della Cambogia venne spostata a Phnom Penh. La fondazione di Oudong coincise con un periodo di predominio dei vietnamiti, poiché il fondatore Chey Chettha II, contrasse matrimonio con una principessa vietnamita diventando vassallo della dinastia Le. Il luogo più interessante di Oudong è la collina Phnom Oudong,  dove 509 gradini conducono alla sua sommità, con un tempio moderno che ospita una reliquia del Buddha.

Nonostante la più conosciuta ai turisti sia l’area attorno Siem Reap, è il sud del paese che rappresenta la culla della civiltà cambogiana. Da ricordare un’altra capitale, la più antica capitale preangkoriana: Angkor Borei,  una piccola cittadina nella provincia di Takeo. Non c’è molto da vedere, nonostante sia stata abitata da circa 3000 anni, e nonostante che antica Vyadhapura  era una grandiosa città cintata dalle mura. Fu l’ ultima capitale del regno di Funan, durato dal I al VI secolo. a cui segue Sombor Prei Kuk, di cui ho scritto prima.

Aggiungendo almeno un’altra giornata da Siem Reap si possono visitare due siti assoluttamente unici. Il Parco Nazionale di Phnom Kulen, a un ora e mezzo da Siem Reap con monumenti della civiltà khmer in uno splendido ambiente naturale. Si visita per vedere le cascate che scorrono da una montagna sacra formando lepiscine naturali, le incisioni falliche a Kbal Spean (il fiume dei mille linga) e un famoso santuario buddista.  Prasat Preah Vihear, un maestoso tempio unico per la sua posizione sulla cima dei monti Dangkrek, nel pasato territorio conteso  tra Cambogia e Thailandia.  Considerato progenitore della tipologia del tempio-montagna, affonda le sue fondamenta in pietra fino al bordo della falesia, che precipita nelle pianure sottostanti, offrendo un panorama mozzafiato della Cambogia settentrionale collinare. La costruzione del complesso, durata tre secoli, attesta l’evoluzione dell’arte scultorea nel periodo di Angkor,

Un altro giorno per gli amanti della Cambogia coloniale, distesa lungo il fiume Sangker, Battambang è una delle cittadine coloniali meglio conservate del paese. Nelle vecchie botteghe francesi c’è un po’ di tutto, dal caffè del commercio equo e solidale alle gallerie d’arte. Nelle campagne dei dintorni, sorgono alcuni templi antichi che, sebbene non siano straordinari come l’Angkor Wat, sono meno affollati e meritano una visita.

Ovviamente, c’e tanto altro ancora  da vedere, sappiamo bene che la Cambogia non è solo Angkor, come la Giordania non è solo Petra ne Perù solo Machu Pichu… ma fermiamoci qui.

XX  Tutti i voli portano a Milano… Siamo a Malpensa. I bagagli sono arrivati tutti, il pullmino aspetta per portarci a casa … arrivederci alla prossima avventura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il nuovo ponte sul fiume Mekong,
Palazzo reale, Phnom Penh
Museo Nazionale di Phnom Penh: Statue di Vishnu, Rama e Brahma
Ponte di Spean Praptos, Kampong Kdei
Sambor Prei Kuk, un sito preangkoriano
La magia di Beng Mealea
Banteay Srei, magnifici bassorilievi
Uno dei nostri gruppi a Banteay Srei
Banteay Samre
Angkor Wat all’alba
Angkor Wat, la scalinata che porta al Santuario
Angkor Wat, le apsara
Ingresso ad Angkor Thom
Bayon, enigmatici volti di Buddha
Bayon, bassorilevo con scena di parto
Ta Prohm, il tempio delle radici
Ta Prohm, un apsara emerge dalla corteccia
Prasat Kravan
Prasat Kravan : Lakshmi
East Mebon
Neak Pen
Giovani monaci nel sito
Bambini vanno a scuolain barca, villaggio di Kompong Khleang, lago di Tonle Sap

DIARIO  DI  UN  VIAGGIO  in VIETNAM

 

xx xx, lunedì. Ora di ritrovo a Malpensa: sono le dieci di mattino, siamo  in ventitre, me compresa, tutti puntuali. Voliamo con Singapore Airlines. Il servizio è ottimo, abbiamo i posti vicini uno all’altra, ma come sempre, nessuno riesce a dormire un granché durante il volo.

xx xx, martedì. Atterriamo all’aeroporto di Singapore in perfetto orario. Sono le 7.35, albeggia: ammiriamo le vetrine dei negozi e le magnifiche orchidee del terminal aspettando di prendere la coincidenza per Hanoi. Alle 11,40 ora locale siamo atterrati nel nord del Vietnam e nonostante la stanchezza non vediamo l’ora di iniziare a visitare la capitale Hanoi. Il disbrigo delle prattiche doganali è veloce, non bisogna fare visti e le valigie sono arrivate tutte. Subito cambiamo un po’ di euro, tanto per avere qualche dong vietnamita in tasca. Ci aspetta il pullman con Minh, un giovane molto simpatico, che subito inizia a darci qualche notizia del suo paese e della sua città natale, nonostante ora viva a Ho Chi Minh City. Hanoi, situata sulla riva destra del Fiume Rosso, venne conquistata dai Francesi, che la resero capitale dell’Indocina, poi viene presa dai Giapponesi, prima di diventare la capitale di una repubblica autonoma filosovietica, Vietnam. Iniziamo con la visita del Tempio taoista Quan Than o Tran Vu, vicino al lago dell’Ovest, il più grande della capitale. Siamo subito assediati dalle venditrici, e oltre ad ammirare bel edificio fotografiamo i venditori ambulanti che offrono dei fiori dai loro cicli, per la festa degli insegnanti. Alcune signore non resistono alla tentazioni, e le prime cartoline finemente intagliate entrano nelle nostre borse. Taoismo designa le dottrine a carattere filosofico e mistico, esposte principalmente nelle opere attribuite a Lao Tzu e Zhuāngzǐ, composte tra il IV e III secolo a.C., di cui la più conosciuta è Tao Te Ching. La religione è basata sul Dao (in cinese la via), il principio indifferenziato che dà origine al cosmo; non possiede un credo e pratica unitari; è cosmica, centrata sul posto e la funzione dell’uomo, di tutte le creature e dei diversi fenomeni naturali. Nel tempo se ne sono sviluppate diverse scuole e interpretazioni. La costruzione del tempio iniziò all’epoca dall’imperatore Lý Thái Tổ (1010–1028) e in esso fu venerato il genio della pioggia Tran Vu, un santo importantissimo per la civiltà agricola come nei tempi remoti fu il Vietnam. Una leggenda narra che il genio fu inviato dal cielo per uccidere la malvagia e immortale volpe bianca delle nove code che viveva in lago dell’Ovest, mangiando la gente. Il santo l’ammazzò e la tagliò a pezzi, la pelle fu gettata nel lago insieme con le interiora che sopravvissero diventando un serpente cattivo e una tartaruga malefica. I due animali furono uccisi una seconda volta con la spada magica, tuttora venerata, insieme con il santo protettore della spada, Quan Than. Il tempio quindi rappresenta un mix prezioso di fatti storici e leggendari, una preziosa testimonianza che unisce architettura, arte e religione. Proseguiamo a piedi verso la grande piazza dove sorgono il Parlamento e il Mausoleo di Ho Chi Minh. fondatore del Vietnam moderno e padre della patria. Zio Ho avrebbe voluto essere sepolto in modo molto più sobrio, invece il suo corpo mummificato si trova in una teca dentro questo grande e austero edificio, sorvegliato a vista giorno e notte. Visto che tempi ci permettono, Minh e io consigliamo al gruppo un extra, e così visitiamo anche i giardini con uno stupendo lago e la sobria casa dove viveva e lavorava l’eroe nazionale Ho, tutti ben curati e storicamente interessanti. Segue la piccola e curiosa Pagoda del pilastro unico. Questo edificio buddhista, simile a un fiore di loto è costituito da una colonna di pietra di 1,25 metri di diametro su cui poggia l’intera struttura, alta soli 4 m, larga e lunga 2 m. Nelle vicinanze si trova anche un piccolo e interessante museo. Riprendiamo il pullman e andiamo verso il Tempio della letteratura, Văn Miếu, costruito in onore di Confucio nell’anno 1070 dall’imperatore Ly Thanh Tong.Di fronte a questo bel complesso con meravigliosi giardini c’è un altro edificio, addobbato per la festa degli insegnanti, molto onorati nella cultura cinese e vietnamita. Il tempio è uno dei pochi luoghi in Vietnam dedicati a Confucio: in più, fu la sede della prima Università, detta Accademia Imperiale, aperta principalmente ai nobili, ma anche ai studenti eccellenti delle classi inferiori. Si insegnavano composizione letteraria, classici confuciani e altre materie necessarie per diventare mandarino, ovvero impiegato imperiale, e solo in pochi riuscivano a superare gli esami difficilissimi – in tutto 2313 persone nel periodo dal 1442-1779, i cui nomi sono riportati sulle lastre di pietra. Il Confucianesimo è una tradizione filosofico-religiosa, nata in Cina diffusasi in seguito in Giappone, Corea e Vietnam. Confucio elaborò un sistema rituale ed una dottrina morale e sociale, che si proponevano di rimediare alla decadenza della Cina, in un’epoca di profonda corruzione e di gravi sconvolgimenti politici. In realtà, una pratica simile esisteva già prima di Confucio, ma egli rappresenta l’esponente maggiore, quindi degno di venerazione. Proprio l’importanza che gli era attribuita nei testi classici cinesi portò i primi europei a pensare che Confucio ne fosse il fondatore. Dando forte enfasi ai legami familiari e all’armonia tra varie entità sociali, predicava la rettitudine del mondo reale, piuttosto che una soteriologia che proietti le speranze in un futuro trascendente, il Confucianesimo è definito una dottrina umanistica, una religione-non religione che “sacralizza il secolare”. Prima di proseguire a vedere lo spettacolo delle Marionette sull’Acqua, facciamo un salto al nostro hotel Sunway, per rinfrescarci un po’. Per arrivare a teatro prendiamo la strada che gira attorno al lago di Hoàn Kiếm (ovvero lago della Spada Restituita): la leggenda narra che una grande tartaruga uscì dalle sue acque per offrire una spada magica all’imperatore Le Loi, per aiutarlo a respingere i Cinesi dal paese. Scorgiamo romantica isoletta su cui sorge Tran Quoc, la più antica pagoda della città, risalente al VI secolo, poi c’e quella con il tempio confuciano Ngoc Son, del prima metà del XIII secolo, meravigliosamente decorato. Finalmente entriamoal Lotus Water Puppet Theater per vedere celeberrime marionette sull’acqua. I contenuti della performance spiegati in inglese sono legati alla vita quotidiana dei contadini che coltivano riso, pescano e allevano buffali e alle leggende storiche tra cui non può mancare il re Le Loi e la sua preziosa spada … La più antica testimonianza sui pupi vietnamiti si trova su una stele del XII secolo. Ma la gioventù locale sembra disinteressata a questa forma d’arte, patrimonio immateriale UNESCO, relegata sopratutto al circuito turistico. Gli stranieri rimangono incantati, tanto che un regista canadese ha allestito l’Usignolo di Stravinskij utilizzando cantanti-burattinai al posto dell’orchestra. Si tratta di un’antica e singolare arte tradizionale, che nei tempi rappresentava l’unico divertimento dei contadini stanchi delle fatiche quotidiane. Dopo lo spettacolo andiamo a cena nel ristorante Tonkin dove mangiamo molto bene, nonostante le pietanze appartengono alla per noi sconosciuta cucina vietnamita. Per fortuna, c’è anche il pane, dovuto all’influenza e dominio francese. Torniamo all’albergo attraversando le strade affolate dalla gente che mangia accovacciata nei ristorantini immprovvisati, nonostante sia tardi. Il primo giorno a Hanoi è stato davvero lunghissimo e pieno di emozioni. Finalmente si va a nanna…

xx xx, mercoledì. Dopo l’ottima colazione, saliamo in pullman. Iniziamo a percorrere una parte del Vietnam che appare ancora oggi così come fu una volta: un paesaggio rurale, costellato da risaie con le tombe degli antenati che si trovano vicino alle case, piccole cittadine , innumerevoli corsi d’acqua e villaggi, più o meno grandi. Chiedo Minh di farci qualche sorpresa per la soste obbligatorie durante il nostro viagggio. Ci capiamo al volo. Al posto di fare sosta presso qualche anonimo autogrill, Minh ferma il pullman nel villaggio Dong Trieu, dove si trovano diverse fabbriche  che producono ceramiche ancora in maniera artigianale. Si tratta di un luogo poco turistico, non è un autogril attrezzato con i souvenir, nonostante anche loro hannoqualche prodotto che piace ai turisti. Producono tanti oggetti per il consumo locale, come grandi giare per i fiori, vasellame di cucina etc… Un’impiegata ci porta a vedere diverse fasi della produzione: per prima giriamo tra le montagne di argilla di diversi colori, che sono qui per essere selezionate e trattate in vari modi.  Ci racconta che in seguito la massa viene introdotta nelle forme di gesso, oppure va lavorata a mano, sul torchio del vasaio. Dopo la essicazione i prodotti vengono dipinti o smaltati, e infine cotti in enormi forni tradizionali ancora alimentati con la legna  …Siamo contentissimi, ci piace viaggiare così, e la semplice sosta tecnica  è diventata una bellissima e originale visita di un’arte che sta per scomparire.

Entrando nella provincia di Quang Ninh cominciamo a scorgere le sagome frastagliate delle montagne calcaree: vuol dire che siamo vicini alla nostra meta, l’ottava meraviglia del mondo, la Baia di Halong. La città è in continua crescita, nuovi quartieri, alberghi, centri commerciali e il modernissimo imbarcadero con le immancabili navi da crociera verso cui ci dirigiamo … La Baia di Halong, patrimonio UNESCO è un’insenatura situata nel golfo del Tonchino, che comprende otre 2000 faraglioni e isolette, coperti da fitta vegetazione sempreverde con numerose grotte carsiche. Siamo a 164 km ad est della capitale Hanoi, non lontani dal confine con la Cina. Il termine Hạ Long significa il drago scende in mare, e deve il suo nome a una leggenda. Molti anni fa i vietnamiti stavano combattendo gli invasori cinesi e per aiutargli, gli dei mandarono una famiglia di draghi. Essi iniziarono a sputare gioielli che si trasformarono negli isolotti della baia, unendoli poi per formare una muraglia contro gli invasori, e i vietnamiti vinsero. Ma anche nella storia reale questo territorio fu teatro di una famosa battaglia: nel 1288 l’eroe nazionale Hung Dao fermò le navi mongole. Ancora qualche notizia geo-naturalistica. Ha Long ha almeno 500 milioni di anni, ed è stata creata grazie a varie orogenesi che innalzavano e abbassavano il livello marino. A causa dello spesso livello di calcare, di un clima caldo-umido e del lento processo tettonico, ebbe un’evoluzione carsica che durò oltre 20 milioni di anni, producendo numerose bellissime grotte. Inoltre, la baia è un paradiso per diverse specie vegetali e animali, concniglie perlifere comprese…

Ma i nostri faraglioni, isolotti, scogli e grotte sopravvivranno ai cambiamenti climatici e all’assedio turistico, e per quanto? Ogni volta che vengo qui sono sempre più preoccupata. Gli alberghi sulle rive della baia che venivano utilizzati tempo fa sono tutti abbandonati, sembrano carcasse di una specie estinta;  le vecchie giunche a vela non ci sono più a solcare le acque turchine di questo paradiso terrestre … Oggi ogni persona che viene a Halong vuole fare una crociera, con le motonavi dotate di aria condizionata e ogni confort, tutto molto bello e molto inquinante… Dopo aver fatto le procedure d’imbarco, saliamo su una lancia che ci porta verso la nostra nave, La Regina Royal Cruise. Ci imbarchiamo e iniziamo navigare lentamente attraversando questa baia unica al mondo. La nave non è grande ed è quasi tutta a disposizione del nostro gruppo, oltre noi, c’è un altra coppia e una famiglia.  Abbiamo portato pochi bagagli, quindi ci sistemiamo in fretta. Le cabine sono belle e spaziose, il personale è gentilissimo, il cibo è ottimo, la cornice paesaggistica è più che incantevole. Anche il tempo è dalla nostra parte… Dopo il delizioso pranzo scendiamo di nuovo in lancia, che ci porta alla scoperta di un villaggio . Facciamo un’ulteriore spostamento, questa volta sulle piccole barche con un rematore per visitare questo stupendo villaggio anche dall’interno.  Ci rendiamo conto che la vita vera degli abitanti non è per niente facile nonostante da fuori tutto sembra romantico e idiliaco, Sulle zattere e barche del villaggio galleggiante Vung Vieng vivono più o meno stabilmente  pescatori e coltivatori delle ostriche perlifere, organizzati al meglio, con le vasche da coltivazione,  spazi dove bimbi giocano a palone, negozi e alcune case… altre sono sulle barche. Tornati sulla nostra nave partecipiamo ad un corso di cucina, dove impariamo a preparare gli involtini primavera.  Segue un breve relax che tutti passiamo ammirando il magnifico tramonto, e infine la cena, servita in maniera impeccabile, con tanta frutta e verdura intagliata in modo fantastico, festeggiamo il compleanno di A.  Alla fine della festa ci rechiamo nelle nostre cabine dove ci addormentiamo in fretta, dolcemente cullati dal dondolio della nave, sorvegliati dallo sguardo attento dei faraglioni sotto un cielo limpido e stellato.

xx xx, giovedì.  Di mattina presto sul ponte di sole della nostra nave fanno un corso di Tai Chi, antica disciplina ginnica derivante dalle arti marziali cinese che serve per migliorare la salute, utilizzando la fessibilità contro la durezza, movimenti circolaari contro movimenti diretti, apparente debolezza contro evidente agressività. La stanchezza ha fatto il suo e in molti abbiamo preferito dormire… per dire la verità avevo l’intenzione di partecipare, mi sono svegliata presto per fotografare l’alba. Faceva fresco, quindi sono rientrata in cabina per godermi ancora un po’ il calduccio del comodo letto. C’erano solo in quattro del nostro gruppo a partecipare la lezione Tai Chi che era – ci raccontano – molto bella. Ovviamente, a fare una piccola prima colazione ci siamo tutti; la più importante, tipo brunch sarà servita dopo la gita mattutina, nella quale andiamo a prendere di nuovo la lancia che ci porterà verso un isolotto, dove andremo a visitare una piccola e interessantissima grotta. Minh ci spiega che ci sono numerosi fenomeni carsici di vari tipi nella baia, interessanti sia dal punto di vista geologico così anche da quello storico: la “nostra” grotta per esempio oltre i stalattiti e stalagmiti conserva le ostriche fossili, e in passato fu probabilmente utilizzata dai pirati per nascondere il bottino. Ogni volta che vengo a Halong vedo luoghi diversi: c’e un laghetto interno ad un faraglione dove si entra quasi sdraiati sulla barchetta che ti porta dentro, tanto è basso l’ingresso. Ha le superbe pareti coperte di un verde lussureggiante e acqua color smeraldo, anch’esso utilizzato da pirati vietnamiti come nascondiglio,  per nascondere il bottino ma anche  per far sparire qualche cadavere, La più grande e più famosa è la grotta Hang Sung Sot ovvero grotta delle sorprese di 12000 m2,  mondo di stalattiti e stalagmiti, di formazioni a cui la fantasia umana ha dato diversi nomi e significati, oggi sottolineati con dei interessanti giochi di luce. Purtroppo, sempre affollatissima. La vista sulla baia … una meraviglia. Alla sera ci aspetta un corso di cucina, dove impariamo a preparare gli involtini primavera. Segue il ricco brunch dopo il quale salutiamo il meraviglioso staff della nave, ringraziando tutti di cuore per la loro gentilezza e disponibilità, e riprendiamo il pullman. In corso del viaggio è spuntata la richiesta per visitare una fabbrica delle perle, dove vengono prodotti gioielli, per tutte la tasche. Inoltre producono le creme fatte con polvere di perle, diventate famose in Italia grazie a un infallibile metodo pubblicitario, la passaparola. Quindi, facciamo una sosta nello stabilimento, dove ci viene spiegata la coltivazione dei differenti tipi di perle, in verità molto interessante. G. sapendo che andrà in Vientam, prende  per se un bel collier di perle barocche, regalo di compleanno da tutti i suoi famigliari; diverse signore comprano qualche crema o qualche monile meno costoso… Un po’ di shopping certamente fa parte del viaggio, ed è bello quando non è imposto dalle guide locali come tappa obbligatoria. Durante il viaggio Minh continua a raccontarci la storia del suo paese ma anche la sua storia personale… Attraversiamo i braci della delta di Song Hong, affluente del Fiume Rosso. Prima di arrivare al aeroporto di Hanoi, ancora una sosta presso un “autogrill”, per fortuna senza negozi… Ringraziamo nostro autista, e prendiamo il volo per Hué, il quale è in ritardo, obbligatorio da queste parti. Per fortuna, il volo è breve, di soli 45 minuti. Ci aspetta bellissima e tranquilla Hué, che oggi conta quasi 400.000 abitanti. La città fu l’antica capitale del Vietnam unificato dal 1802 al 1945, ed ha ospitato il regno di ben 13 imperatori della dinastia Nguyen. Andiamo nel nostro albergo, lo storico e centralissimo Hotel Saigon Morin, che nel corso della sua storia ospitò diverse celebrità, tra cui da ricordare Charlie Chaplin. Sono alberghi che amo molto, e se posso inserirgli in un nostro tour, sono molto felice. Edificato nello stile coloniale, anch’esso è un museo vivente. Entriamo brevemente nelle stanze e scendiamo subito per la cena, servita nel elegante giardino interno. Viene proposto un squisito menù che è mix delle tradizioni vietnamite e francesi, ambedue ottime. M. mi confida che, preoccupata per i difficili gusti di suo marito in materia di cibo, aveva preso con sè le scorte di cracker… ed è stupita che  riesce sempre trovare qualcosa che piace. Ovviamente, sono contenta che tutto va bene. Dopo la cena la gran parte del gruppo esce per fare quattro passi.  In fronte del albergo c’è il ponte Eiffel.

 

xx xx, venerdì.  Al mattino eravamo minacciati dalla pioggia che si esaurì in meno di cinque minuti. Così abbiamo potuto fare nostra (ricchissima) colazione nel giardino. Quindi carichiamo i bagagli sul pullman e andiamo a visitare la Pagoda di Thien Mu, il cui nome significa Signora Celeste. Si tratta di una torre ottagonale alta 21 m. I sette piani rappresentano sette incarnazioni di Buddha: Vipasyin, Sikhi, Vishvabhu, Krakkuchanda, Kanakamuni, Kasyapa e Gautama. Odierno edifico è di 1844, costruito da imperatore Thieu Tri; il più antico era di 1600 e si basa su una profezia che dice che chiunque avesse fondato qui una pagoda, avrebbe avuto una lunga dinastia. L’imperatore Nguyen Hoang edificò la prima pagoda: infatti, il suo lignaggio è il testamento alla sua saggezza. In seguito visitiamo il Tempio del Grande Eroe che contiene una ricca collezione di statue, tra cui un Buddha che ride e diverse piccole statuette con le facce quasi caricaturali. Passeggiando attraverso curati giardini, scopriamo che il complesso della pagoda comprende una scuola-monastero per i giovani aspiranti monaci. Il Fiume dei profumi deve il suo nome agli innumerevoli bastoncini d’incenso che ardevano presso diverse pagode lungo il suo corso, anche se esistono quelli che lo attribuiscono alle profumatissime piante che vi crescono. Segue la visita al luogo più importante e più visitato di Hué, la magnifica Cittadella imperiale – Kinh Thanh, a circa 5 km della città odierna, circondata dai fossati e mura lunghe 10 km. La costruzione fu voluta dall’imperatore Gia Long della dinastia Nguyen ed iniziò nel 1802. Alla cittadella – patrimonio UNESCO –  si accede attraversando un fossato largo da 20 a 30 metri, tramite 10 ponti e 10 stupende porte fortificate. E’ stata eretta sul modello del Palazzo Imperiale di Pechino. Aveva una cinta muraria attorno le abitazioni, la seconda attorno gli edifici ufficiali e la terza che protegge la Città Purpurea Proibita, parte riservata all’imperatore e sue mogli, concubine e eunuchi al loro servizio. Dopo aver oltrepassato i Nove Cannoni Sacri si accede al Recinto Imperiale. Attraversando la magnifica Porta del mezzogiorno, la tripartita Ngo Mon, di cui il passaggio centrale era riservato solo all’imperatore, si vede il belvedere delle Cinque Fenici Ngu Phung utilizzato per i ricevimenti ufficiali, cerimonie e promulgazione del calendario lunare, seguito da due vasche con dei benauguranti pesci rossi. Visitiamo quindi il Palazzo di trono o dell’Armonia Suprema, Tien Thai Hoa, costituito delle gallerie coperte dai meravigliosi soffitti sorretti da principesche colonne in lacca di un rosso intenso.  Seguono le sale dei mandarini, i templi, i laghetti, il teatro, i giardini con i bonsai, le campane e gli incensieri, la biblioteca.  Infine entriamo nel Palazzo di Can Chanh, ovvero nell’area della Città Purpurea Proibita, di cui rimase solo la Sala di Lettura dell’Imperatore. Il resto fu distrutto nel gennaio di 1968, durante l’offensiva del Têt, quando Hué fu occupata dalle forze nord vietnamite. Siccome l’esercito del sud non riusciva a prendere la città, arrivarono i bombardamenti americani con l’ordine “di distruggere la città per salvarla”. Tra eserciti e i civili la battaglia abbia fatto oltre diecimila morti e distrutto quasi tutto il complesso imperiale, oggi ristrutturato, con grande fatica e perizia. Alla fine, prima di uscire dalla Città purpurea, ci sono gli splendidi giardini con bonsai, orchidee e altri fiori, nonche alcune vecchie Jeep americane e qualche magazzeno. A. fa mille e una foto delle orchidee: fotografare fiori è la sua passione. Uscendo dalla cittadella ci fermiamo in un negozio dove producono ventagli e tipici capelli a cono , di ottima qualità, vanto di Hué. Comprando questo simbolo del Vietnam, molti di noi avranno un bagaglio a mano in più. In seguito ci aspetta il giro della città sui ciclo, che ci portano a percorrere le vie caratteristiche della cittadina. Durante la gita attraversiamo i quartieri popolari dove possiamo vedere la gente che esercita antichi mestieri, passiamo a fianco dei superbi edifici e bellissime ville di tradizione coloniale francese, tornando al sempre presente lungofiume. Nel pomeriggio risaliamo al pullman  per visitare i complessi monumentali delle tombe imperiali, situate nelle vicinanze della città. Visiteremo la più bella e più importante di tutte: la tomba del imperatore Tu Duc. Il complesso si sviluppa su 12 ha e contiene una cinquantina di palazzi e padiglioni che si affacciano sul lago Luu Khiem.  Tu Duc usava questi edifici come residenza estiva, trascorrendo già durante la vita molto del suo tempo nel palazzo più eccezionale, il Luong Khiem. La tomba vera e propria di Tu Duc fu costruita in appena tre anni, dal 1864 al 1867, ma è solo un “simulacro”, cioè non contiene il corpo. Per evitare il saccheggio, l’imperatore  fu sepolto in un luogo diverso, mentre i 200 sfortunati operai che sapevano dove si trovava la tomba vera, furono decapitati dopo il funerale. Tuttora i resti della tomba non sono stati trovati. Ognuno è preso a fotografare quello che piace di più:  edifici, statue, mobilia, scritte, alberi, animali, persone …  M. insegue “segretamente” due monaci buddhisti che vuole immortalare senza “fastidio” delle altre persone;  P. e C. vogliono riprendere una farfalla che infine riesce a sfuggire ai loro “canoni”. In seguito ci fermiamo presso un pittoresco negozio specializzato nella produzione dei bastoncini profumati da noi detti “incensi”, fatti rigorosamente a mano e con le essenze naturali: come poteva prevedersi, facciamo la scorta anche qui . Nostro autista riesce ad incastrare alcuni bastoncini sotto la targa, accendendogli : è un rito benaugurante. Forse grazie al profumo dei bastoncini nostro viaggio in pullman prosegue benissimo… Continuiamo verso Da Nang e verso Hoi An, accompagnati dallo splendido paesaggio che cambia continuamente e dalle tante curiose scene che scorrono attraverso i finestrini, come in un doccumentario: ci sono motorini carichi di ogni genere di merci, ci sono placidi paesaggi lacustri, rigogliosi boschi, ordinate coltivazioni. Vicino alla laguna Dam Cau Hai scorgiamo le grandissime caratteristiche reti da pesca. Ci fermiamo presso un piccolo negozio lungo la strada, dove ci riforniamo di frutta: la proprietaria è molto contenta con i nostri acquisti e siamo contenti anche noi. In questo viaggio alcuni pranzi non sono stati inseriti nel programma su richiesta di tutti partecipanti: è  un bel modo alternativo di pranzare, socializzando con gli abitanti. Attraversiamo Da Nang, che ci accoglie con i suoi bellissimi ponti, pagode e le innumerevoli statue di Budda, ma non ci sono più vecchi hangar americani che ho visto altre volte quando passavo da qui.  Sono stati abbattuti nel 2017…. Il porto di questa città nel febbraio del 1965 fu luogo di sbarco dei primi 3.500 Marines della Nona Brigata, seguito da  altri 500.000 soldati americani… E fu sempre a Da Nang che dieci anni più tardi entrarono le colonne corazzate dell’Esercito del Nord per conquistare la città, simbolo della guerra del Vietnam, ed è da qui che iniziò la corsa che poche settimane dopo li avrebbe portati a Saigon. Da Nang fu quindi l’alfa e l’omega della Guerra del Vietnam,  un conflitto che costò la vita ai 58 mila americani e ai due milioni e mezzo di Vietnamiti. Insensato, come tutte le guerre… Abbiamo ancora molto da fare, due visite importanti, e giornata già sta per finire. La prima visita sarà veloce perche  il stupendo Museo di arte Cham chiuderà tra poco. Il museo, inaugurato all’inizio del XX secolo, per custodire i reperti della cultura Cham; sull’iniziativa della École Française d’Extrême Orient (EFEO), che fu ed è la protagonista della conservazione dei templi cambogiani.  Minh ci fa vedere solo i repertipiù importatni: si inizia con il periodo My Son, del IV secolo d.C., con particolari dei templi e delle torri dedicati alle divinità e ai re. Segue la collezione della scultura Cham del Vietnam, con circa 300 opere in arenaria e terracotta  che illustrano l’evoluzione dell’arte plastica dal VII al XV sec.  C’è  tanto altro ancora, ma dobbiamo sbrigarsi, facendo qualche foto dei “reperti minori” che in seguito scambieremo sul gruppo.  Come sempre nei nostri tour, è un peccato non avere più tempo… Già nella baia di Halong abbiamo capito che il suolo del Vietnam, con numerose montagne calcaree, il clima tropicale e la vicinanza al mare, rappresenta un ottimo terreno per sviluppo delle numerosissime grotte. Tra diverse migliaia che possiede, la terra vietnamita  vanta la grotta di Son Doong, scoperta nel 1991, considerata la più grande e tra le più belle del mondo. Per ora non è aperta alle visite turistiche: per visitarla bisogna seguire un protocollo rigido, pagare oltre 4000 US$ per un’escursione di 7 giorni, con accesso limitato a 10 persone per volta. Noi visiteremo una grotta di dimensioni più modeste situata nelle famose Montagne di Marmo, in realta di granito. Doveva essere visitata la Am Phu, detta grotta dell’Inferno, ma l’abbiamo trovata chiusa. Minh telefona al custode chiedendo di aspettarci un po’ per poter visitare la grotta Hoa Nghiem, o del Nirvana, altrettanto bella e curiosa. Si narra che le Montagne di Marmo sono nate così: un vecchio eremita stava pescando nelle acque del Mar della Cina quando un drago uscì dall’acqua per depositare un uovo sulla costa. Appena il drago tornò nelle acque, venne una tartaruga d’oro, che sosteneva di essere il dio Kim Quy, e incaricò il vecchio di proteggere l’uovo del drago. Il vecchio si riteneva incapace di far fronte ai pericoli e decise di seppellire l’uovo. L’uovo lentamente crebbe, e, una volta maturo, si ruppe in 5 pezzi, formando i 5 elementi che a loro volta formarono le montagne di marmo a Da Nang. I nomi sono cantati da un’antica canzone, e sono: Hoa Son (fuoco),  Kim Son (metallo), Tho Son (terra), Thuy Son (acqua) e  Moc Son (legno). Ed è da allora  che le cinque vette – cinque figli ddi dragone – che compongono Montagne di Marmo, risultano piene di misteri.  Prendiamo l’ascensore, l’ultima corsa che aspettava solo noi grazie all’intervento di gentilissimo Minh. Stiamo per salire al monte Thuy Son, dedicato all’acqua, luogo sacro per gli anacoreti buddhisti che custodisce la grotta Hoa Nghiem, detta del Nirvana o del Paradiso. E’ celebre per il suo straordinario sistema di pagode e santuari di cui una parte si trova fuori, sulle pendici del monte, e l’altra invece all’interno della montagna. La grande pagoda Tam Thai si trova sulla cima di 156 gradini di pietra.  L’ascensore ci ha portato fino ad essa, a adesso ci spetta ad adentrarsi nel cuore della montagna. Visitiamo  le pagode Non Nuoc e Tu Tham, varie sculture situate in piccoli giardini scenografici, tra cui ci colpisce un  Budda circondato dagli animali. Alcuni di noi l’associano a San Francesco che parla agli animali, altri al Presepe. Le grandi cavità interconnesse sono costellate dalle altre statue di Budda collocate tra stalattiti, stalagmiti, passaggi, scalinate, altarini che tutti insieme formano un spazio molto suggestivo. Infine il custode che vive qui da diversi decenni ci butta fuori. Infine il custode che vive qui da diversi decenni ci butta fuori, per ringraziarlo lascio una piccola mancia… Siamo gli ultimi visitatori. Scendiamo con grande cautela i famosi 156 gradini perché l’ascensore non lavora più. Oltre la  le Montagne di Marno custodiscono la grotta Am Phu, detta grotta dell’Inferno, che questa volta non abbiamo  potuto visitare, ma comunque la racconto. Per entrare bisogna affrontare una ripida salita, cosidetta salita al cielo, per poi scendere all’inferno. Il percorso è insidioso e scivoloso, un spiegarsi di  numerose sale e passaggi con le statue di scheletri, demoni e altre scene appartenenti al inferno buddista, immaginato come una grande prigione popolata da immagini che sembrano uscire da un film horror. Finalmente ci dirigiamo verso nostro albergo Rosemary boutique hotel. È un albergo nuovissimo, di design contemporaneo, situato nella zona semicentrale di Hoi An. Minh ci spiega che la tranquilla Hoi An con i suoi 130.000 abitanti è diventata una delle molte città del Vietnam che crescono vertiginosamente grazie al sviluppo turistico.  Dopo aver preso le chiavi e fatto una doccia veloce, usciamo per la cena, che sarà servita in un  ristorante tipico, situato sulla riva del fiume. Dopo cena, i ristoratori ci offrono piccoli lumini sistemati nelle lanterne-ciotoline di carta: ogni lumino va acceso, accompagnato da un desiderio e adagiato dolcemente sulla superfice tranquilla del fiume che lo porterà lontano, nel paese dove desideri vanno esauditi  … una immagine bellissima per augurarci buonanotte.

xx xx, sabato.  Dopo la colazione, fatta molto presto,  iniziamo le visite del piccolo centro storico della città di Hội An, conosciuta oggi come “Venezia del Vietnam” perché poggia sull’acqua. E’ detta anche “città romantica” a causa della delicata illuminazione notturna dovuta alle lanterne di carta o di seta,  ma  in passato fu di tutt’altra vocazione. La città, bagnata dal fiume Thu Bon, era un importante centro commerciale e un grande porto. Questa sua vocazione si rispecchia nell’architettura che è un mix di stili appartenenti alle diverse epoche. Possiamo ammirare i templi e le case dei mercanti cinesi in legno, i colorati edifici coloniali francesi, le ricercate “tube house” vietnamite, bellissimi giardini di derivazione giapponese,  gli edifici di utilità mercantile come i magazzini e i mercati e ovviamente, un bel lungofiume.  Le influenze delle tradizioni cinesi, giapponesi e francesi hanno valso a Hội An il riconoscimento del patrimonio UNESCO. Per fortuna, il vecchio quartiere della città attraversato da innumerevoli canali e stradine è rimasto intatto dalle guerre, in parte perché  la maggior parte degli attacchi fu concentrata sulla vicina Hué, che pagò davvero un prezzo carissimo. Iniziamo la nostra visita fermandoci vicino ad una replica della nave mercantile giapponese, dove la nostra bravissima guida ci spiega l’importanza di questo porto a partire dal XVI secolo. Ci addentriamo nella città, un delizioso museo all’aperto, con bar, negozietti, venditori ambulanti, arrivando tra mille tentazioni al Ponte giapponese,  (Chua Cau) un ponte coperto, testimone dell’ultima fioritura commerciale della città, costruito da un mercante giapponese in uno stile più sobrio rispetto quello vietnamita. E’ datato al 1593, e voleva unire il quartiere giapponese dell’ovest con il Chinatown ad est. Entrambe le estremità del ponte sono custodite dai due Guardiani mitologici, il cane e la scimmia. Nel XVIII secolo all’ingresso della costruzione è stata posizionata una targa lignea che riporta:  il ponte per i visitatori venuti da lontano. All’interno del ponte vi è una minuscola pagoda con il tempietto dedicato alla  divinità Tran Vo Bac De, ritenuto in grado di controllare le condizioni atmosferiche.  Segue la visita all’Edificio della congregazione cinese di Fujian, il più grande e il più sontuoso tra gli edifici  appartenenti alle cinque assemblee straniere di Hoi An.  Fu costruito come centro per la socializzazione e per gli scambi commerciali tra gli immigrati fujianesi, con il tempio dedicato alla dea del mare Thien Hau. La struttura viene tuttora utilizzata per celebrare numerose festività, tra cui il compleanno della dea. Si accede attraverso tre porte riccamente decorate: il cortile è pieno di statue e di bonsai, con una fontana a forma di drago al centro. I muri sono stracarichi di dipinti e incisioni con scene mitologiche e storiche. Nella sala principale si trova la statua di Thien Hau, seduta e raccolta in meditazione, cirdondata dalle figure delle divinità capaci di udire e vedere da enormi distanze.  Infine c’è la statua della dea della fertilità e delle sue 12 ostetriche che regalano ai neonati l’appetito, il sorriso e altri beni, ragione principale per cui tuttora le coppie senza figli vengono qui a pregare. Per fortuna, siamo partiti presto e durante le nostre visite le due principali attrazioni della città non sono state ancora prese d’assalto. Proseguiamo lungo la via Tran Phu, ccosteggiamo il mercato.  Entriamo nella piccola pagoda dedicata a Quan Am, e nello tempio di Quan Cong.  Hoi An è piena di dimore storiche : la casa di Phung Hung, la casa di Quan Thang, la casa di Duc An… alla fine visitiamo la casa di Tan Ky, appartenente ad un ricco mercante cinese, nello stile che mescola diverse tradizioni architettoniche con interessanti arredi e corredi, tra cui alcuni antichi mobili “made in Italy”.  Tutto in questa città sembra uscito dalle pagine di una fiabba: sopra le strade lieve dondolio delle coloratissimelanterne, ogni portone e ogni finestra è una sorpresa che fa scoprire un bel cortile, i piccoli negozi dove oltre soliti souvenir spesso “made in China” riusciamo trovare stupendi oggetti fatti a mano.. Ci dirigiamo verso fiume dove  incontriamo una straordinaria e intraprendente modella vietnamita, equipaggiata da caratteristico bilanciere e con i suoiben portati 82 anni!  Poi chiachieriamo con un altro vecchietto, con uno stupendo viso e una bella barba bianca, che con suoi 86 anni ancora tiene un negozio di libri… Infine troviamo una coppia di giovani sposi che posava sulla riva del fiume: ci volevano per abbassare la media delle persone fotografate. Stamattina abbiamo deciso di affittare una barca. Essendo una città portuale, che vive sull’acqua e grazie ad essa, vederla dal lato fiume rappresenta un esperienza importante ed interessante; in più non si cammina, ed è rilassante. Sulla barca alcuni di noi, A. con G., B. e C. e D. e G. salgono sul ponte superiore, per godersi la stupenda giornata di sole. Mentre navigavamo, dovevamo passare sotto un ponte particolarmente basso.. all’ultimo momento ricordo che il capitano ci ha avvisato che non si può stare sopra quando si passa sotto i ponti … corro verso la scala che porta al pontile superiore gridando “giù, giù, giù”. Per fortuna tutti capiscono, si abbassano in fretta e passano sotto il ponte senza nessun danno … così si capisce per che cosa serva l’accompagnatore. Finito il delizioso giro in barca, scendiamo attraversando il mercato e camminiamo per la città fino ad arrivare a una cooperativa che produce e lavora la seta. Ci mostrano ciò che fanno: dalla coltivazione dei bacchi, fino ai prodotti finiti: lanterne, abbigliamento e ricamo. Le tentazioni per il portafoglio sono enormi: ci sono abiti tradizionali, camice, sciarpe, lanterne…. Abbiamo un po’ di tempo  libero, ognuno vaga per proprio conto: chi per pranzare, chi  per fotografare, chi per comprare. D. ha comperato un ao dai, abito tradizionale vietnamita del taglio molto elegante; essendo minuta e magra, sta benissimo.

Il pomeriggio sarà dedicato alla visita di Golden Bridge, in vietnamita: Cầu Vàng.  Questo ponte pedonale è situato nell’area collinare di Ba Na.  Una funivia porta dal paese in basso verso la cima della montagna, dove si trova il famoso ponte, progettato dalla TA Landscape Architecture, per collegare la stazione alta della funivia con dei giardini del resort situati sul altro monte ed istituiti nel lontano 1919 dai francesi. La funzione principale del ponte è di fornire un’attrazione che possa far aumentere il turismo di questa zona montana. Il numero dei visitatori, quasi tutti dell’area asiatico, lo conferma : oltre il ponte, la zona vanta la straordinaria bellezza del paesaggio e un ottimo clima. La struttura, di lunghezza di 150 metri è sorretta da due enormi mani di pietra, d’aspetto vecchio e usurato, affinché sembrino antiche. Ciascuna delle mani misura 24 per 13 metri, e ciascun dito ha un diametro di 2 metri, mentre l’impalcato metallico della struttura pedonale è di color oro.  Il Golden Bridge, di cui si gode una vista mozzafiato, ha  costato 2 miliardi di dollari, ed è stato inaugurato nel giugno 2018. Anche il resto della location di Ba Na è bellissima. E’affollatissima, e noi rappresentiamo con orgoglio una minoranza assoluta di visitatori europei tra un mare dei turisti asiatici. Quando arriviamo, ci accoglie una grande struttura ricettiva, molto curata con edifici in stile vietnamita, con ponti e laghetti, fiori e alberi… facciamo una passeggiata e entriamo in un padiglione da dove parte la funivia che ci porterà al ponte. Tutto il personale è già nei costumi natalizi, natalizia è anche la musica, si respira aria un po’ consumistica del tipo occidentale. Ma la natura che ci circonda e che vediamo già dalla funicolare è magnifica, nessuno di noi immaginava un Vietnam così. Attraversare il Golden Bridge è un esperienza particolare: oltre la vista, il Ponte regala una sensazione unica di sentirsi sospeso. Il sito vanta stupendi e curatissimi giardini, una grande statua di Buddha e tante altre strutture più piccole ma non meno interessanti e curiose. Ringrazio G. e C. per aver avuto quest’idea di inserire questa bella e insolita visita nel programma, e tutti quanti per averla accettata. è bello creare i viaggi insieme, sempre si diventa più ricchi. Anche il nostro caro Minhci confessa che è la prima volta che visita il ponte. Infatti, per ora non si trova nei programmi per i viaggiatori  che provengono dall’Italia e dall’Europa. 

Proseguiamo per l’aeroporto di Da Nang, ringraziando l’autista che era il nostro angelo custode sulle strade del Vietnam centrale. Minh sarà con noi anche a Ho Chi Minh City, città dove attualmente vive con la famiglia. Il volo, come abbiamo temuto, è in ritardo. Minh è gentilissimo, essendo lui Frequent flyer mi cede il suo posto nella bussines class dove mi servono dei dolcetti, succo e un ottimo tè, nonché i giornali che non riesco leggere: in Vietnam si scrive con caratteri latini grazie al sistema creato dal gesuita Alexandre de Rhodes, ma la lingua è austroasiatica, del gruppo monkhmer. Arrivati, cerchiamo di arrivare in ristorante. Il traffico è a dir poco … impressionante. So che i due terzi del traffico vengono effettuati a due ruote, so che ci sono milioni di motorini nella città, so che Ho Chi Minh City è una megalopoli asiatica … ma ogni volta che torno rimango di nuovo stupita da questo animale mitologico metà uomo-metà motorino che come un fiume in piena straripa  e inonda l’intera carreggiata.  Decidiamo di andare direttamente o all’ ristorante Ha Noi (è nome del ristorante, non della città) Minh non mangia con noi. Ci dispiace, ma lui ci spiega che sono ristoranti troppo costosi per le guide locali: preferisce mettere due soldi in più in tasca, e  stare con la moglie e figli. Stabiliamo l’orario di ritrovo per domani, e dopo cena andiamo al nostro Orchid Hotel, situato in centro, nel primo distretto. Facciamo check-in, e chi ha voglia fa due passi con me nel primo distretto della città tuttora porta il nome di Sai Gon.  Sono emozionata, ormai conosco bene la magia di Sai Gon, i suoi meravigliosi palazzi coloniali, le variopinte luci degli Skyscrapers sempre più alti, i negozi di lusso chiusi e i locali di diverse tipologie aperti, ad offrire vari servizi senza sosta, giorno e notte. Sulle strade c’è tanta gente. Fa caldo. C’è chi vende cibo e chi mangia,  ci sono bimbi che corrono e gli innamorati che camminano abbracciati, ci sono lavoratori stanchi sui motorini … mi viene voglia uscire per abbracciargli tutti, ma sono stanca anch’io ed e meglio sbrigarsi e andar dormire..

xx xx, domenica. Dopo la prima colazione partiamo per la nostra escursione, finalmente senza valigie. La prima visita è dedicata al Museo della Guerra del Vietnam, un altro fuori programma che abbiamo deciso di inserire. Nell’area esterna sono esposte macchine belliche americane che i Vietcong hanno catturato: aerei, elicotteri, carri armati, bombe, artiglieria contraerea, lanciafiamme, ecc. All’interno al piano terra troviamo una raccolta delle reazioni mondiali sulla guerra in Vietnam: fotografie, manifesti e articoli di giornali, a cui segue un video esplicativo. Il primo piano e focalizzato sugli effetti dell’uso dell’agente arancione sulle persone e le atrocità commesse dagli americani durante la guerra, con la documentazione fotografica e i rispettivi video. Segue un’area con le armi americane; dopo di esse vediamo la raccolta di fotografie parallele, di cui la prima ci mostra le città vietnamite devastate, quella accanto invece ci fa vedere la stessa zona fotografata dopo la ricostruzione. Al secondo e ultimo piano si trovano gli effetti donati dalle associazioni americane e dai veterani, prevalentemente fotografie che rappresentano un quadro diverso da quello che può essere visto al primo piano.  E’ sempre toccante la foto di Kim Phuk, la bambina nuda in fuga dalle fiamme…   La nostra guida Minh, raccontando i fatti ci trasmette tanto amore per la sua patria e infine ci indirizza al piccolo spazio espositivo dove compriamo alcuni oggetti realizzati dai disabili, vittime della guerra. Nonostante siano trascorsi quasi cinquant anni dalla fine del conflitto, il Vietnam continua a pagare un prezzo altissimo per quella guerra. Gli erbicidi, in primis il famigerato defogliante “Agente arancio” contenente diossina, utilizzati dall’esercito americano continuano a inquinare e avvelenare gli ecosistemi e le persone che li abitano. Irrorando il Vietnam del Sud con oltre 75 milioni di litri di erbicidi, gli Stati Uniti hanno contaminato oltre due milioni di ettari di foreste, avvelenato raccolti e corsi d’acqua e causato malformazioni e gravi disabilità in migliaia di bambini nati dopo la guerra. Le aree sono rimaste contaminate fino ai nostri giorni e i bambini con mutazioni genetiche dovute ad avvelenamento da diossina nascono tuttora… E’ terrificante incontrare i figli di terza o di quarta generazione nati con gravissime malformazioni, ma è una cosa meravigliosa vedere almeno una parte di loro che riesce fare qualcosina, che riesce ad integrarsi nella società.  Certo, e solo una parte che è riuscita ad integrarsi, sono pochi “fortunati”, ma è bello vedere che esistono i sforzi e la volontà di integrazione. In passato né ho visti altre strutture con le piccole produzioni artigianali partecipate da queste persone che tuttora pagano le conseguenze di un assurdo che è la guerra ….  La nostra visita era breve ma intensa e proseguirà  durante il tragitto verso Cu Chi: dati che ci fornisce Minh sono spaventosi e comprendono deformità fisiche, gravi problemi mentali, spesso non curate adeguatemente perche la povera gente della campagna e degli immensi sobborghi delle grandi città non si può permettere cure costose… un grande dolore.

 Ma prima ci fermiamo in una vicina fabbrica delle lacche, l’orgoglio della produzione artigianale vietnamita. Lacca viene prodotta con una resina  che proviene dalla linfa di un albero chiamato “laquier”. Estratta per incisione al momento della raccolta è inodore e di colore paglierino, rapidamente diventa di colore nero brillante, molto resistente sia al liquido caldo che freddo. La laccatura richiede mesi di lavoro. Si inizia con una forma realizzata in bambù o in legno, su cui viene steso a mano il primo strato, composto di resina e argilla molto fine. Questo strato viene pulito e spazzolato, e l’oggetto viene in seguito ricoperto di una pasta, in cui vengono inseriti i gusci d’uovo frantumati, le sottili forme in madreperla, oppure viene lavorata con disegno a incisione. L’oggetto viene in seguito spazzolato e lucidato; la procedura che si ripete ogni volta che vengono applicati nuovi strati di lacca pura, da 4 a 12 e più volte. L’indurimento di uno strato di lacca richiede almeno una settimana in un luogo buio, caldo e umido. Gli oggetti sono realizzati interamente a mano, seguendo le tecnica trasmessa di generazione in generazione.

Proseguiamo in pullman per visitare i tunnel presso la cittadina Cu Chi.   I tunnel vennero costruiti a partire dagli anni quaranta dai guerriglieri Viet Minh per essere impiegati come nascondigli durante la lotta contro il colonialismo francese. Furono poi ampliati e riutilizzati dai Viet Kong, che combattevano contro le forze del Vietnam del Sud e degli Stati Uniti. Hanno avuto un ruolo fondamentale nella guerra di sfinimento contro gli USA, che avevano una delle basi più grandi a Cu Chi. Qui si preparò l’offensiva del Tet che sancì l’inizio del disimpegno americano in Vietnam, qui si è riuscito a resistere ai bombardamenti americani creando sotto terra una incredibile rete di magazzini, dormitori, infermerie, cucine e posti di comando collegati tra loro da 250 chilometri di cunicoli e gallerie Iniziamo la nostra visita in uno spazio dove ci viene proposto un vecchio documentario introduttivo, redatto nello stile propagandistico dell’epoca che racconta la vita nella città sotterranea di Cu Chi.  In seguito ci adentriamo nel sito: entriamo nelle gallerie e nei pozzi, osserviamo i manichini, ci arrampichiamo sul carro armato, guardiamo le trappole. Minh ci spiega come le trappole e le tecniche mimetiche venivano utilizzate dai Viet Kong, ringraziando ancora una volta le manifestazioni pacifiche dell’occidente che hanno aiutato il popolo vietnamita ad essere compreso.  Tornando verso Ho Chi Minh City, nelle vicinanza di Cu Chi facciamo una breve sosta per vedere da vicino una piantagione degli alberi della gomma, Hevea brasiliensis, una Euphorbiacea. Quest’albero è la fonte primaria per la produzione del caucciù che si ricava attraverso la lavorazione del lattice che viene  estratto praticando le incisioni sulla corteccia. La pianta, la cui vita media si aggira fra i 35 e i 40 anni, viene sfruttata a partire dal quinto o sesto anno d’età e garantisce la massima produzione intorno al dodicesimo anno di vita: le incisioni corticali vengono effettuate ortogonalmente ai canali laticiferi in modo che la crescita dell’albero non venga disturbata. Il lattice viene raccolto in piccole ciotole legate al tronco. 

Durante la nostra giornata abbiamo visto tantissime cose, abbiamo imparato molto, ma il perché della guerra sta diventando ancora più inspiegabile nelle nostre menti. Un assurdo che mai è servito e mai servirà a nulla … Sarà possibile prevenire le guerre, estirparle dalla società?  Tornati a Ho Chi Minh City ci rechiamo al quartiere Cho Lon, la Chinatown locale, con il tempio di Thien Hau e il mercato Binh Tay. Segue la visita della Pagoda Thien hau, un bel edificio del 1760, dedicato alla dea del mare Mazu, protettrice dei viaggiatori. Entrando si può ammirare il tipico tetto cinese coronato con sfarzose e variopinte figurine in porcellana. L’interno è composto da un cortile parzialmente coperto, con dei grandi incensieri, al termine del quale si trova l’altare, dove spiccano le tre statue della dea del mare., Davanti ad esse bruciano decine di grandi spirali d’incenso, che i fedeli appendono esprimendo una preghiera e un desiderio, anche noi ne abbiamo comprato e acceso una. Un’altra usanza praticata è comprare un uccellino e liberarlo. L’intento è bello, la pratica molto meno: c’e una gabbia piena davanti il tempio, ma gli uccellini vengono subito ricatturati e rimessi in gabbia, . In seguito visitiamo Binh Tay: è un mercato coperto enorme, gestito prevalentemente dai cinesi nativi di questa città. È pieno di ogni sorta di merce, tra cui scarpe, cappelli, borse, stoviglie, carne, verdure, spezie…. Ma tra tutti i prodotti destano la nostra curiosità le creature marine essiccate: oltre il pesce, le oloturie ritenute potenti anticancerogeni; i cavallucci marini noti come afrodisiaci… poi ci sono le code di lucertole, i nidi di rondine, le tendini di alce  e vari funghi della medicina tradizionale cinese. Infine, il wet market che vende animali esotici e non vivi, diventato tristemente conosciuto per la storia legata al Covid che – sembra – ebbe il suo primo focolaio al wet mercato di Wuhan. Concluse le visite presso il quartiere Cho Lon, ci rechiamo verso Cong Xa Paris, grande piazza su cui sorge bellissimo Ufficio Postale, tuttora funzionanete. Assomiglia a una stazione ferroviaria europea ed è progettato in ferro e vetro da Gustave Eiffell nel 1891, periodo in cui Vietnam faceva parte dell’Indocina Francese. Sulla piazza si trova anche la Cattedrale di Notre Dame. Oggi è domenica, vogliamo entrare nella chiesa cattolica più grande e più importante del Vietnam, ma non è possibile. In corso c’è la S. Messa in lingua vietnamita e non ci lasciano entrare: infine riesco a convincere una volontaria che ci permette di affacciarci all’ingresso di questa bella chiesa costruita nello stile neoromanico. Facciamo un breve salut alla statua della Madonna che svetta nel centro della piazza e in seguito risaliamo in pullman per rientrare in hotel. Dopo una doccia veloce il pullman ci porta verso il centro del primo distretto. Ci dirigiamo verso la piazza Ho Chi Minh, passando accanto bianchissimo edificio del Teatro dell’Opera costruito nello stile liberty. Ci sono tanti lavori in corso da queste parti, ci sono tanti negozi con le vetrine illuminate, c’è una grande fontana appena inaugurata, ci sono celebri alberghi francesi: Majestic, Central Liberty, Grand hotel Saigon, uno più bello dell’altro… In verità Ho Chi Minh City con il suo distretto centrale, Saigon ha l’aria della capitale molto di più rispetto ad Hanoi. Facciamo le foto con la statua di zio Ho alla piazza centrale, davanti il Parlamento regionale, con la nuova grande fontana a forma di loto, con l’edificio dell’Opera, con …. Sai Gon, mon amour… un mito esotico narrato da Marguerite Durras, una città raccontata da Tiziano Terzani, un ricordo indelebile scritto da Paul Hoover … Il fulcro è la Dong Khoi, strada di cui nome significa insurrezione e che fino al 1954 si chiamava Rue Catinat, citata in “Un americano tranquillo” di Graham Greene. Il leit motiv di Saigon odierno è “No politics and no religion too”: era il motto del Vietnam stock-exchange e del WTO, l’Organizzazione mondiale per il commercio, di cui Vietnam è il 150 membro dal 2007. Tutto è cominciato nel 1986, quando il 6 Congresso del Partito ha proclamato “Doi Moi”, la politica di liberalizzazione. Nel 1995, con l’adesione all’ASEAN (l’associazione dei Paesi del Sud-est asiatico), la riapertura delle relazioni con gli USA e l’accesso ai prestiti del Fondo Monetario, il Vietnam è entrato nel mercato globale. Saigon è tornata a esserne il cuore: concentra due terzi degli investimenti stranieri e un terzo della produzione manifatturiera, da sola realizza il 35 per cento del PIL ed è divenuta un hub del traffico commerciale tra diversi paesi dell’ASEAN. Quindi, tutti hanno ripreso a chiamarla Saigon anziché Ho Chi Minh City, come fu ribattezzata in onore di fondatore della patria il primo maggio 1975. Era il giorno successivo alla Giai Phong, la liberazione, dopo ventinove anni di guerre. Ufficialmente, il termine Sài Gòn indica solo il Distretto Uno di Hồ Chí Minh … quanta storia, quante storie, scritte e non scritte Ci sparpagliamo, ci perdiamo, ci ritroviamo, ci perdiamo di nuovo e quando ci ritroviamo l’orario prestabilito dell’inizio cena è passato da  tre quarti d’ora. Alle 20,45 siamo al Dining room, un ottimo ristorante dietro l’Opera, dove mangiamo davvero benissimo. Mi dispiace che G. non stia tanto bene, soffre di mal di gola, ma sembra che dopo aver preso l’antibiotico, va meglio. Torniamo in hotel per preparare le valigie che stanno diventando sempre più pesanti.

xx xx,  lunedì. Dopo l’ottima colazione, partiamo; di nuovo viaggiamo con le nostre valigie. La strada ci porta verso la delta del fiume Mekong. Mentre usciamo da Ho Chi Minh City, Minh racconta alcune cose che riguardano la città dove vive con la sua famiglia. Hồ Chí Minh City, con oltre 10 milioni di abitanti è divisa in ventidue distretti, di cui cinque rurali.  L’area era in origine paludosa, probabilmente abitata dai Khmer. Fu nel settecento che un nobile, Nguyen Phuc Chu aiutò la Sài Gòn rurale a diventare un insediamento significativo. Durante il periodo coloniale la città crebbe sotto l’influenza dei francesi i cui testimoni sono i bellissimi edifici art decò del centro. Nel 1954, i francesi vennero sconfitti dai Viet Minh, si ritirarono dal Vietnam del nord dando l’appoggio all’imperatore Bảo Đại al sud, con Saigon capitale; questo status continuò anche quando il Vietnam venne ufficialmente diviso in Nord (Vietnam Democratico socialista) e Sud (con il presidente Ngô Đình Diệm); ovvero il periodo della guerra con gli USA: alla conclusione, nel 1975, le forze del Fronte di Liberazione conquistano la città: per gli uni fu la “caduta di Saigon”, mentre per gli altri fu la “liberazione di Saigon”. In seguito, il nome Sai Gon, come già detto, fu cambiato in Ho Chi Minh City. Uscendo dalla città,  attraversiamo diversi quartieri poveri, dove ancora regnano tante malattie, tra cui la temuta febbre denge. In seguito la strada si snoda tra le verdissime risaie. Facciamo una sosta presso un bel agriturismo, Bac Kim Thang, dove, purtroppo sono senza corrente e non riescono a farci il caffè. Cominciamo ad attraversare i primi bracci della grande delta del Mekong, ma prima – su mia apposita richiesta – ci fermiamo presso un santuario locale dei fedeli caodaisti, che so che piacerà molto. Cao Dai (il cui nome significa Luogo elevato o Grande Palazzo) è un movimento religioso fondato presso Tay Ninh, (tuttora sede principale della religione) nel 1926 da Ngo Van Chieu, un funzionario statale che praticava il spiritismo. Nella seduta spiritistica avvenuta nella notte di Natale del 1925 ebbe una rivelazione di Dio che gli ordinanò di creare una nuova religione. Cao Dai è una religione sincretica che mescola dottrine orientali e occidentali, venerando la divinità prestate da molte religioni, tra cui c’è Krishna degli indù,  l’imperatore tartaro Huang Vong, i cinesi Li Bai e Sun Yat-sen,  Mosé ebraico e Gesù cristiano, Lao Tse e Buddha, Confucio e Maometto, poi Giovanna d’Arco, Victor Hugo, Sant’Antonio Abate. La chiesa caodaista di Cai Be, che per il nostro gusto appare un po’ pacchiana, incuriosisce molto. Ha la volta sostenuta da pilastri avvolti da un dragone, con il capo all’altezza dei fedeli; Dio è rappresentato come un occhio iscritto in un triangolo, e il tutto è dipinto con dei colori sgargianti. La gerarchia del movimento è simile alla quella della chiesa cattolica, con la differenza che le donne possono raggiungere il titolo “cardinalizio”. Oggi vi sono circa 8 milioni di fedeli in Vietnam.  Dopo la visita della chiesa ci dirigiamo all’imbarcadero di Cai Be, dove saliamo sulla nostra barca che ci porta tra (pochissime) barche del celebre mercato galleggiante. Non è più quello di una volta, perché oggi la maggior parte del commercio  si svolge con telefonini. Comunque, l’escursione è molto interessante: incontriamo diversi tipi d’imbarcazioni, ammiriamo le case che sorgono ai bordi di fiume e alla fine ci fermiamo presso una fattoria-laboratorio. Ci fanno la dimostrazione della produzione di riso soffiato. Assaggiamo le tavolette di riso soffiato nei vari gusti, e, comprovata la qualità, né riempiamo i cestini. L. fa una commissione ordinatale da una sua amica, finalmente ha trovato le caramelle giuste. Infatti, durante il viaggio sempre cercava le cose che hanno ordinato le sue amiche, dice che questa è ultima, che adesso comincerà a pensare a sé stessa… io provvedo a prendere la scorta di unguento con il veleno di cobra, unico rimedio che aiuta l’artrite di mia mamma. La crociera prosegue verso un’altra località dove ci aspetta il pranzo presso un piccolo agriturismo; tra le altre pietanze c’è il pesce elefante, molto buono e di una particolare presentazione. Il pranzo è ottimo, la natura che ci circonda è stupenda, le orchidee, i banani, varie piante tropicali che sfoggiano i loro fiori curiosi, e le amache a nostra disposizione  fanno sì che facciamo fatica ad alzarci per proseguite… Dobbiamo arrivare a Chau Doc, la città capoluogo dell’omonimo distretto, al confine con la Cambogia. Minh racconta che la città fu il luogo da cui i vietnamiti invasero la Cambogia per liberare la popolazione cambogiana dagli orrori del regime totalitario di Pol Pot.  Assistiamo a un spettacolare tramonto tropicale: breve, intenso e indimenticabile. Lo specchio d’acqua delle infinite risaie diventa per pochi minuti una lastra di color arancio fuoco. Pernotteremo presso Victoria Sam Nui Lodge, situato sulla montagna Sam, presso il parco nazionale di Tram Chim.  Sam è la “montagna” più alta del Delta del Mekong, situata nella parte occidentale della città di Chau Doc. Nonostante sia alta solo 230 metri la sua cima offre la vista su uno dei paesaggi più belli del Vietnam. Purtroppo, il nostro gruppo è arrivato di notte, quindi la campagna circostante, vietnamita e cambogiana, la potremo ammirare solo domani mattina. L’albergo è molto particolare, siamo sistemati nei bungalow costruiti nello stile coloniale, con letti coperti dalle ampie zanzariere e arredamento singolare. Ci accomodiamo nelle nostre ampie stanze, mangiamo nel ristorante presso l’albergo e andiamo a nanna promettendo a noi stessi di alzarci presto per ammirare l’alba.

 

xx xx, martedì.  Dopo un’ottima colazione carichiamo le valigie sui pullmini (il pullman non può arrivare al lodge), poi riprendiamo il nostro pullman nella città.  Ci dirigiamo all’imbarcadero di Chau Doc: a Cambogia questa volta ci porterà una motonave. Viaggiando sulla nave per fortuna non avremo il problema del peso dei bagagli che sempre crea qualche inconveniente imbarcandosi sul aereo. Salutiamo l’autista, salutiamo nostro Minh che è emozionato: abbiamo condiviso questi magnifici otto giorni, è stato un compagno di viaggio splendido, una guida informata, amichevole, disponibile e molto onesta. Anche con Minh – come con molte altre guide incontrate girando il mondo – sono rimasta  amica, ci sentiamo spesso. A. gli fa il regalo di un libro di poesie, un bel gesto… . Viaggiando in nave ci godiamo un’altra prospettiva di Mekong, che ci fa vedere stabilimenti di diversi tipi e villaggi che sorgono sulle rive e ci fa incontrare le imbarcazioni cariche di merci di ogni tipo e genere, ricordandoci che il Vietnam di oggi rappresenta anche una grande potenza economica. Dopo un’oretta si arriva al confine vietnamita, dove scendiamo, consegnando i soldi per il visto e passaporti a un’assistente che ci aiuterà a ottenere i visti, che nel caso di ingresso fluviale costa non 30 ma 34US$

Per congedarsi da Vietnam vi voglio proporre la lettura di , un bellissimo romanzo d’amore: “Oltre ogni illusione” di scritrice vietnamita Duong Thu Huong, di cui opera è stata bandita nel Vietnam, unico ad essere   pubblicato  in patria, mentre tutto il resto è pubblicato solo all’estero.

 

APPENDICI: La stanchezza e fuso orario, tanti nomi “strani” creano confusione nelle nostre teste, quindi per orientarsi meglio tra varie vicende della storia vietnamita e cambogiana e per avere orientamento tra le foto che abbiamo fatto e che faremo nei prossimi giorni, ecco una “tabellina storica” che vi aiuterà a fare un po’ di ordine. Ho cercato di essere chiara e sintetica, ma non è un compito facile ridurre in poche righe la storia dei paesi con un passato così ricco e così complicato.

 

 

 

Aeroporto Singapore
Tempio Quan Tanh, Hanoi
Mausoleo di Ho Chi Minh, Hanoi
Baia di Halong
Baia di Halong, una delle numerose grotte
On the road …
Ponte Eiffel di notte, Hue
Ingresso alla Cittadella imperioale, Hue

Giardini del complesso della tomba dell’imperatore Tu Duc
Una delle numerose pagode nelle grotte della Montagna di marmo, Danang
Tempio Cao Dai
Ingreso in un tunnel, Cu Chi
Delta del Mekong
Delta del Mekong
Tramonto sulle risaie del Delta
Incredibile quantita dei motorini a Ho Chi Minh City
Tempio Chua ba Thien Hau, Ho Chi Minh City
Piazza del Parlamento con monumento allo Zio Ho




Tour di gruppo in Asia Centrale lungo la via della seta, Tashkent – Khiva – Bukhara – Shahrisabz e  Samarkanda. Tour di 9 giorni.

IMPRESSIONI DI VIAGGIO

****************

Dove andate in gita quest’anno ? In Uzbekistan.

Uzbekistan ? Cosa c’è da vedere ? Le città al
centro dell’Asia sulla via della seta Khiva, Bukhara, Samarcanda. E non fate un pellegrinaggio ? Ci
sono chiese da vedere ? Forse no, è un paese mussulmano. E che ci andate a fare ?
Noi comunque si va !

Premetto che non mi sarà possibile su questo foglio dare una spiegazione dettagliata dei
monumenti che abbiamo visto né descrivere in toto il viaggio cercherò invece di far filtrare se mi
riuscirà le impressioni e le sensazioni che si sono accumulate nel cuore.
Arriviamo a Tashkent nella notte siamo l’ultimo aereo della giornata. L’aeroporto è lindo, poca gente
in giro, i controlli sono veloci. Ci accolgono scritte coloratissime verdi, blu, gialle, bianche in
aeroporto e lungo i viali della città. La città è verdissima qui la primavera è già esplosa nel suo
splendore.

Si dorme 3 ore e poi via di nuovo in aeroporto si vola verso Urgench. Piove, la giornata si presenta
uggiosa, ci saluta dal finestrino dell’aereo una moschea dalla cupola verde smeraldo.
Dall’alto il paesaggio presenta un reticolo di canali d’acqua che bagnano campi squadrati alcuni
già verdissimi. Però il colore dominante è il marroncino della terra arata. Gruppi di casette e
piccoli paesi sono distribuiti lungo le strade bianche, i tetti di lamiera brillano al sole. Al recupero
bagagli si mescolano valigie colorate, grossi pacchi legati con lo spago e parti di attrezzi agricoli.
Urgench ci accoglie con il sole e una fresca brezza mattutina, è una cittadina agricola creata dai
sovietici sulla sponda del fiume Amu Darja che scende dal Pamir.
Da metà aprile si semina il cotone su grossi appezzamenti di terreno statale. I contadini si
impegnano con un contratto a coltivare il cotone e lo stato si impegna a costruire belle casette
nuove in mattoni al posto delle isbe di fango. Il contadino paga il 30% della costruzione il resto è
a carico dello stato. Questo sistema al momento funziona e le casette in costruzione sono
veramente tante. Qui la vita contadina è simile a quella delle ns campagne negli anni 60. I
contadini hanno piccoli orti privati davanti a casa, piccole stalle con tetti di paglia, il cortile, il
forno, due o tre mucche che pascolano vicino a casa. Per me una meraviglia da vedere perché mi
riporta bambino al mio paese quando si giocava nelle vigne e nei prati della valle.
Tutto è lindo, semplice, certamente povero ma pulito non ci sono porcherie abbandonate lungo le
strade.

I bimbi corrono e si spintonano verso la scuola, i maschietti hanno la camicia bianca e la
giacchette blu, le bambine portano tutte la coda di cavallo.
E finalmente si arriva a Khiva !
Khiva è tutta circondata da imponenti mura di fango pressato con la paglia.
Khiva è delicata.
Khiva è contadina persa nei campi della steppa.
Khiva è una pietra preziosa di fango che brilla nella luce del mattino.
Khiva ha 4 lati e 4 porte, ai lati di ogni porta alte torrette di mattoni con la cupola smaltata montano
la guardia e tagliano a metà di ogni lato le possenti mura.
Superate le mura di fango da ora in poi saranno le piastrellino colorate di verde, di celeste, di blu ,
di bianco che ci riempiranno gli occhi.
Qui prendiamo contatto con costruzioni che ci portano un’altra cultura; troviamo torri tronche e
piastrellate, portali d’accesso altissimi alle moschee, alle madrasse, ai cortili. Ci accolgono ampi
porticati sorretti da tronchi di legno altissimi riccamente lavorati che diventano moschee estive o
sale di ricevimento o creano ampi cortili come l’arem del Kan.
Il Kan in Khiva aveva due palazzi ma amava ricevere gli ospiti o passare l’inverno al caldo della
Jurta la tenda del popolo nomade ancora piazzata all’interno del palazzo.
Qui abbiamo incontrato fuori dalle mura un gruppetto di pensionati locali che lavoravano attorno
ad un grosso pentolone di riso posto sul fuoco, le donne poco lontano grigliavano carne
d’agnello, siamo stati invitati a fermarci per una merendina volante purtroppo abbiamo dovuto
rinunciare ma abbiamo toccato con mano la disponibilità e la libertà degli uzbechi.
Oggi si viaggia verso Bukara sono 500 Km di steppa desertica.
Al tempo dell’URSS si decise a Mosca che l’Uzbekistan dovesse produrre cotone, solo cotone,
per superare l’America e si arrivo’ a produrne 9 milioni di tonnellate, ma a quale prezzo !
Poiché il cotone richiede molta acqua si deviarono i corso di due fiumi che scendono dal Pamir e
si scavarono nel deserto 160.000 km di canali di irrigazione. Il risultato finale di questa forzatura è
stata la morte del lago D’aral oggi ridotto ad una pozzanghera. Quando il vento del nord scende
dalla Siberia urlando solleva dal fondo del lago le scorie, i concimi, i diserbanti, il sale generando
nuvole tossiche che volano per l ‘Uzbechistan.
Oggi la produzione di cotone è ridotta a meno della metà; molti canali che corrono per il deserto
si mantengono vuoti d’acqua ma il danno ecologico è fatto.

Bukhara finalmente !.
Qui cambia la musica, e cambia di getto, basta agricoltura e sotto con il commercio.
Il segnale è dato da una bottega lungo la via che espone tre ruspe gialle nuove di zecca e un paio
di trattori moderni.
Bukhara è bella, nobile, ricca.
Bukhara è commercio, studio, santità.
Bukhara è un minareto altissimo, un faro che illumina la notte sin dal 1200.
Bukhara è un museo a cielo aperto.
Bukhara ha un centro storico adagiato ai piedi del grande minareto datato 1127 qui si distende un
complesso religioso che comprende la grande moschea del venerdì e tre madrasse di cui una
ancora operativa con studenti coranici. I portali, gli archi, i cortili interni che ci circondano sono un
fiorire di motivi che passano dal puro geometrico al floreale. Le cupole sono di maioliche blu e
verdi una meraviglia per gli occhi. Ma questo è solo un complesso religioso.
Come non ricordare il mausoleo di Ismail Samani ? Una costruzione del nono secolo ancora in
piedi la più antica di tutta l’Asia centrale, trattasi di un quadrato costruito di mattoncini piccoli
cotti che abbinati in 18 diverse combinazioni creano eleganti trafori e composizioni. Nel 1200 per
salvarlo dai mongoli fu coperto di sabbia creando una collina artificiale che ha coperto la struttura
sino al 1930.
E poi la Fonte di Giobbe con la sua alta cupola conica.
E la moschea Bolo Hauz, un portico aperto su di un lato con 20 colonne che salgono altissime
verso quattro giri di cassettoni traforati e dipinti.
E la madrassa dei Quattro Minareti che puntano verso il cielo quattro piccole cupole di ceramica
blu.
E i complessi cimiteriali dei Santi islamici appena fuori Bukhara.
E la sinagoga.
E la cittadella fortificata di Ark……
Ma qui sul piazzale della fortezza succede la festa: la musica prende le donne italiane e le donne
uzbeche trascinandole in una sfrenata danza popolare che pian piano coinvolge tutto il gruppo.
Ah che meraviglia le feste casuali e spontanee !
A proposito di meraviglia sapete che a Bukhara c’è una chiesa cattolica ?
E’ un poco defilata fuori dal centro storico non ha campanile non ha croce sul tetto.
Ci sarà molto da pregare per esporre la croce sul tetto. Assumere questo impegno non vale forse
come un pellegrinaggio ? Saremo capaci di mantenerlo ?
La Santa Messa è meta’ russa e meta’ italiana. Il pensiero che il Signore è vicino e la Sua
benedizione ci raggiunge sempre mi provoca oggi qui in terra uzbeka quasi un senso di vertigine.

E ora via verso Samarcanda !
Ancora la strada che corre nella steppa desertica.
Sono già pronto a criticare : la steppa è vuota, la steppa non ha vita, dove sono i cammelli ? dove
sono le caprette ? Spariti. Tutto superato, finito.
Però basta allontanarsi dalla strada 200 metri per celebrare la Santa Messa che succede la grazia:
gli uccelli cantano, la steppa fiorisce di papaveri rossi piccolissimi, viole blu delicatissime ci
guardano e, sorpresa, sorpresa, arrivano due greggi di pecore nere accompagnate da due pastori
che osservano questo strano gruppo che compie uno strano rito.
Ora la Santa Messa è finita e io vorrei fermarmi a guardare meglio la steppa, i fiori, magari potrei
dire due parole a gesti ai pastori, potrei girare trai cespugli come tra le vigne di casa mia.
Ho la sensazione che Don Emanuele abbia aperto delle finestre del cuore che prima della Messa
erano chiuse.
Dopo aver superato un territorio collinare meraviglioso, verde, fertile, popolato, ricco di paesini
con casette rurali linde e pulite, con stalle lunghe e basse dal tetto di lamiera. Dopo aver superato
uomini che lavorano sui dossi, mucche al pascolo, greggi di pecore nere, bimbi che tornano dal
dopo scuola e altri che portano a stalla le mucche picchiandole con un bastoncino, finalmente
arriviamo a Shakhrisabz la citta nativa del grande Timur.
Timur, questo condottiero che l’occidente chiamò Tamerlano, creò un impero immenso nella
seconda metà del 1300 e oggi costituisce il collante della giovane nazione uzbeka. Da ora in poi la
sua presenza sarà fortissima nei monumenti, nelle moschee, nelle madrasse, nelle favole.
Nella sua città natale, Shakhrisabz, restano in piedi due tronconi altissimi del castello che lui volle
fortemente purtroppo un terremoto lo distrusse in modo irreparabile e non fu più ricostruito.
Qui un mausoleo raccoglie le spoglie di suoi due figli che morirono giovani.
Mentre accanto alla grande moschea dalla cupola blu, sotto due cupole laterali, dormono il padre
e la madre di Timur e alcuni santi dell’Islam.
Un giardino immenso raccoglie tutte queste costruzioni.

Ecco Samarcanda !
Samarcanda è un sogno.
Samarcanda è il potere.
Samarcanda è Timur il grande condottiero.
Samarcanda è Bibi, la donna bellissima, dal nome modernissimo.
Il sito archeologico di Samarcanda è immenso sono 220 ettari di fango pressato dopo il
passaggio di Gengis Kan del 1200.
Casualmente è stato trovato il salone di ricevimento del Re di Samarcanda del V secolo a.C.
I dipinti che restano su due pareti evidenziano un corteo aperto da un elefante bianco con un
seguito di guerrieri provenienti dai popoli dell’impero, gli ultimi sono due coreani, insieme vanno
verso un mausoleo o verso il re per sacrificare un cavallo e 4 struzzi. Le restanti pareti evidenziano
la potenza del re cinese a caccia e la sua amicizia con Samarcanda forse rappresentata dalla
nave con le donne a bordo. Insomma già a quel tempo in queste terre l’ago della bilancia pendeva
fortemente verso la Cina.
Timur dorme nella cripta del mausoleo Gur Emir, un complesso dai portali ad arco che porta
un’alta cupola azzurra costoluta, ai piedi del suo maestro spirituale. Quando i russi nel 1941
aprirono la tomba per ispezionare il cadavere di Timur si imbatterono nella sua maledizione ma
questa è una favola che racconteremo la prossima volta.
Ora come non parlare del Reghistan, ovvero del luogo sabbioso, che è la piazza centrale di
Samarcanda. Qui dialogano fra loro tre madrasse con i loro minareti quella di Ulugbek, quella
coperta d’oro e quella delle tigri che ha la cupola costoluta. E’ sperimentato, si può rimanere ore
al bordo della piazza a contemplare queste meraviglie senza mai stancarsi.
La necropoli del Re Vivente è il secondo più bel complesso di Samarcando dopo il Reghistan.
Lungo una stretta scala in salita si trovano mausolei a destra e a sinistra, cupole blu costolute e
lisce si alternano piacevolmente, piastrelline colorate, disegni floreali e geometrici si rincorrono.
Qui riposano generali e principesse ed anche un cugino di Maometto, per questa ragione il posto
è santo.
E come non parlare dell’osservatorio di Ulugbek, il nipote favorito di Timur. Grandissimo studioso
del cielo e dei suoi misteri. Questo uomo fu anche molto aperto verso il genere femminile consenti
loro di studiare nelle madrasse, ricordo che correva l’anno 1450 circa. Queste due caratteristiche
gli costarono la vita che perse per una congiura ordita dal figlio e dai responsabili religiosi.
E poi vi lascerò sognare con la moschea di Bibi la favorita di Timur che accettò un bacio sulla
guancia dal giovane architetto. Purtroppo il bacio, saturo di passione, si stampo’ sulla guancia di
Bibi in modo irreversibile. Timur la amava follemente ma quando scopri il tradimento la uccise
gettandola dal minareto della moschea. Dicono che questa storia la raccontavano un tempo per
far accettare il burqua alle donne. Io preferisco pensare a Bibi bella e indomabile che seppe far
impazzire d’amore il grande Timur.
Le costruzioni di Samarcanda non sono finite ….ma non vorrei diventare pedante.
Chiuderemo con due fatti piacevoli.
Il primo. Scendendo la scala della necropoli del Re Vivente la Gabriella nota le calzine nere con
pizzo di una distinta ed elegante signora uzbeca. Le due donne si parlano a gesti, facendosi
reciproci complimenti, poi la uzbeka si toglie di getto l fantasmini neri con pizzo bianco e li regala
alla Gabriella.
Il secondo. Anche a Samarcanda c’è una chiesa cattolica . Anche a Samarcanda abbiamo
celebrato la Santa Eucarestia. Qui il concelebrante è un giovane prete argentino appena arrivato
forse il Signore ci ha mandati a lui per portargli un sorriso, ne abbiamo tutti bisogno.

Ora un treno veloce ci porta alla capitale Tashkent.
Tashkent è città sovietica.
Tashkent è piena di verde.
Tashkent è ricca di viali e di piazze.
Tashkent è tutta in ristrutturazione.
Non vi parlerò più di moschee, madrasse, cupole blu, verdi, costolute, piastrelline dai vari colori,
archi altissimi, cortili interni ecc.
Vi parlerò di un monumento che ricorda un fatto storico che il nostro mondo occidentale tende a
dimenticare.
E’ la statua di una mamma anziana seduta, porta in capo il fular delle contadine e ha le mani
nodose sformate dal lavoro, aspetta un figlio che forse non arriverà mai più all’isba. Il popolo
uzbeko nel 1941 era di pochi milioni di persone, forse 5/6 milioni ma era all’interno dellìURSS e
partecipò con i suoi giovani alla seconda guerra mondiale sul fronte russo.
Un milione di giovani uzbechi fu bruciato dalla guerra.
Anche a questi figli della steppa uzbeka dobbiamo parte della nostra libertà.

Edgardo

Emozionante viaggio tra le citta e nei deserti della Giordania, con un gruppo di 46 persone, ottobre 2018. alcuni commenti whatsapp (anche nelle foto)

: che forza Silvana

: un viaggio veramente piacevole, compagnia affiatata, esperienza nettamente positiva grazie a tutti

: il risultato del viaggio in Giordania è fantastico

: ciao a tutti, volevamo ringriaziarvi, per l’accoglienzanel vxnumeroso gruppo,una bella esperienza ed un meraviglioso viaggio/pellegrinagio. A presto per la visione del filomato.Franca and Bruno

: Mi associo a quanto espressodai miei amici France e Bruno e ringrazio tutti per aver contribuitoa rendermemorabilequestoviaggio anche per l’atmosferadi vera serenitàe amore fraterno dicui ho davvero beneficiato. A presto! Angela

: Davvero tutto bello! GRAZIE

: Grazie a tutti

Leggi di più

Tour di Gruppo in Sud Africa, Agosto 2018

“Il nostro viaggio è finito ma è rimasto un ricordo stupendo in ognuno di noi. Mi raccomando adesso dobbiamo mettere in pista quello per l’anno prossimo…”

(A. C.)

“Grazie a tutti per l’indimenticabile vacanza. Alla prossima “

(M.G.)

“A vedere i video un po’ di mal d’Africa si fa sentire … grazie di tutto! “

(R. P.)